Ugo Coppola non era idoneo a qualsiasi attività subacquea, non solo all’immersione a Ravenna del 13 agosto 2025, quando morì nel corso dell’escursione di gruppo al relitto del Paguro. E quella mattina, quando giunse a Porto Corsini dopo essere salpato con il Dive Planet di Rimini, era già disidratato ancor prima di entrare in acqua. Questo perché aveva indossato la muta fin dal momento in cui era salito sul gommone per affrontare un viaggio in mare di 45 minuti per arrivare al largo della costa ravennate. Una muta stagna, sotto il sole.
La sua avventura alla scoperta della piattaforma metanifera inabissatasi nel 1965 dopo l’esplosione che costò la vita a tre persone e divenuta punto di riferimento per gli appassionati di diving, è durata appena qualche minuto. Dalle 10.25, ora di inizio dell’immersione, alle 10.30, quando il suo cuore è andato in arresto cardiaco.
Fra gli altri membri del gruppo qualcuno si sarebbe subito accorto che era in difficoltà: a bordo del gommone, l’hanno prima visto riemergere, per poi tornare sotto la superficie e sparire. Nonostante ciò l’allarme alla Capitaneria di porto sarebbe partito solamente verso le 13.30.
Sono questi i dettagli inediti che emergono dall’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Silvia Ziniti sulla morte del 54enne pescarese, per la quale quattro persone sono indagate a vario titolo per omicidio colposo e omissione di soccorso. Si tratta del fondatore 59enne del Dive Planet di Rimini, il centro sportivo con il quale la vittima era partita per l’escursione di gruppo, di altri due referenti del club, un 44enne di Bellaria-Igea Marina e un 27enne di Perugia, e della dottoressa 41enne romana specializzata in medicina subacquea e iperbarica che firmò alcuni certificati di idoneità con i quali Coppola ottenne i brevetti necessari per immergersi.
Doppia consulenza
E’ una consulenza nella consulenza l’esito dell’accertamento autoptico affidato all’anatomopatologa Giovanna Del Balzo, conferito dopo il ritrovamento del corpo del sub, il 2 ottobre, trasportato dalla corrente fino alla spiaggia di Ponte Sasso di Fano. La morte è stata classificata come «causa endogena naturale per arresto cardiaco irreversiblile», sopravvenuto in un soggetto già affetto da patologie e portatore di pacemaker. Ma a sua volta l’esperta nominata dalla Procura si è avvalsa di un ulteriore parere tecnico, affidato al dottor Fabio Faralli, contrammiraglio medico della Marina specializzato in nuoto e attività subacquee. Le sue conclusioni sono categoriche: premesso che l’ambiente subacqueo si differenzia da qualsiasi altro contesto, ne consegue che l’idoneità di chi è portatore di particolari condizioni fisiologiche può ridursi drasticamente sott’acqua. Ed è questo il caso, secondo l’esperto: la sommatoria dei fattori di rischio dati dalle patologie di cui soffriva il 54enne lo rendeva inidoneo a qualsiasi immersione.
Conclusione questa, che ha portato gli inquirenti ad allargare la lista degli indagati, contemplando proprio chi rilasciò pareri medici finalizzati al raggiungimento di quelle licenze tanto sognate da Coppola, che peraltro gli erano state inizialmente negate dalla prima scuola di Pescara alla quale si era rivolto per ottenerle.
L’incidente probatorio
Alla luce delle novità emerse dall’autopsia, la Procura ha modificato la richiesta di incidente probatorio, vale a dire un accertamento tecnico irripetibile che in sede di indagini preliminari consente l’acquisizione anticipata della prova. Accertamento che riguarda anche l’esame dei dati telematici estrapolati dal computer subacqueo in uso alla vittima, che dovrebbero restituire parametri vitali, spostamenti, attività pre e post immersione. Ora gli imputati (assistiti dagli avvocati Francesco Pisciotti, Diego Montemaggi, Andrea Guidi, Katia Cristini e Stefano Dalla Valle) potranno nominare a loro volta i propri consulenti di parte. Così come anche la madre della vittima potrà seguire l’esito delle nuove analisi tramite il proprio legale, Domenico Ciancarelli.
Terminati questi ultimi accertamenti l’indagine potrebbe volgere verso la conclusione, mettendo a disposizione delle parti il fascicolo che già contiene una gran mole di documenti, certificati medici, brevetti e testimonianze: fra queste ci sono anche le dichiarazioni degli stessi compagni di escursione. Anche quelli che fin dalla partenza gli avevano sconsigliato di tenere quella muta nera, sotto un sole che già scottava.