Il 13 dicembre si voterà per il rinnovo dei dieci consigli territoriali di Ravenna, ma le forze di opposizione non ci saranno. La decisione, annunciata con una nota sottoscritta da tutti i gruppi consiliari di minoranza, formalizza una frattura sul ruolo e sull’utilità dei parlamentini, privati di autonomia finanziaria e ridotti a funzioni consultive in seguito alla normativa introdotta durante il governo Berlusconi e applicata a partire dalle elezioni del 2011.
La maggioranza, tuttavia, non intende fermarsi. L’assessora al Decentramento Federica Moschini conferma che le elezioni si terranno regolarmente: «È un peccato, ma ce ne faremo una ragione. Ritengo che le motivazioni debbano essere ricercate altrove. Procederemo».
Le opposizioni: «Elezioni farsa»
Scaduti nel 2025 e rimasti in carica grazie a due proroghe, i consigli territoriali saranno rinnovati con lo stesso regolamento che aveva già suscitato polemiche nel 2022. Una scelta contestata dalle opposizioni, che sostengono di aver chiesto ripetutamente modifiche senza ottenere risposte.
«La Giunta Barattoni, appellandosi ad una surreale concezione di democrazia solo formalistica, ha scelto di mantenere l’attuale modello senza affrontare le ragioni della scarsissima, deficitaria e inattendibile partecipazione al voto e della crescente disaffezione dei cittadini», denunciano i gruppi di minoranza. Da qui la decisione di non partecipare a quelle che definiscono «elezioni farsa».
A sostenere le critiche ci sono anche i numeri ricordati da Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna. Nel 2022 alle urne si presentò appena il 5,10% degli aventi diritto, con percentuali ancora più basse nel centro urbano (3,39%), a Ravenna Sud (4,40%) e in Darsena (4,04%). Una partecipazione ridotta che si accompagna, secondo le opposizioni, alle dimissioni di diversi consiglieri e alla scarsa frequentazione delle sedute.
Il nodo principale resta quello delle competenze. I gruppi contestano l’assenza di strumenti per incidere realmente sulle decisioni comunali e lamentano la mancanza di un confronto preventivo sui progetti che interessano i territori. «Prima di procedere al rinnovo sarebbe stato necessario discutere del ruolo dei Consigli territoriali, degli strumenti a disposizione dei consiglieri e della loro capacità di incidere sulle decisioni comunali», sostengono.
Il caso del Mare: due visioni inconciliabili
La spaccatura emerge con particolare evidenza nel consiglio territoriale del Mare, storicamente uno dei più vivaci. A tracciare due bilanci diametralmente opposti sono la presidente Licia Suprani, del Partito Democratico, e l’ex vicepresidente Elena Marin, della Lega. Due interpretazioni del ruolo dei parlamentini che, dopo la decisione delle opposizioni di disertare le urne, non avranno più occasione di confrontarsi all’interno dello stesso organismo.
Per Suprani l’esperienza resta positiva, pur con tutti i limiti imposti dalla normativa. «È un’esperienza a cui vale la pena partecipare. Ho lavorato tantissimo per il territorio, abbiamo fatto tante segnalazioni, portato liste di interventi, in alcuni casi andati a buon fine. Questa amministrazione ha fatto un bel cambio di passo».
La presidente riconosce che i consigli abbiano perso peso politico e capacità decisionale, ma rivendica il lavoro di collegamento tra cittadini e amministrazione. «Certo, i consigli con la legge voluta da Berlusconi hanno perso importanza e la possibilità di esprimere pareri vincolanti, si opera su base volontaria e non è possibile sostituirsi al consiglio comunale. Ma dire che non servono è poco rispettoso per il lavoro fatto nell’intermediazione con l’amministrazione centrale».
Di segno opposto il giudizio di Marin, che condivide la scelta della minoranza di non presentare liste. «Così come sono strutturati non hanno senso, si finisce per perdere tempo. La maggioranza arriva a cose fatte chiedendo un sì o un no, senza discussione nel merito. Se la cantano e se la suonano».
Una critica che investe non soltanto le competenze formali dei consigli, ma anche il metodo di lavoro e i rapporti tra maggioranza e opposizione. Secondo l’ex vicepresidente, il confronto sarebbe stato spesso impedito da decisioni già assunte, lasciando ai consiglieri uno spazio di intervento sostanzialmente marginale.
Suprani, invece, rivendica i risultati raggiunti e conferma la disponibilità a proseguire il proprio impegno. «In questi anni ho avuto oltre 200 incontri con i cittadini. Senza consiglio ci sarebbe lo scollamento completo dalla realtà del territorio», afferma. La presidente insiste sulla necessità di superare le appartenenze politiche per lavorare nell’interesse della comunità, anziché limitarsi alla contrapposizione.
Marin respinge questa lettura. «Ciò che avviene nel territorio mi interessa oltre la politica, ma abbiamo trovato un muro nel confrontarci e lavorare insieme per progetti», sostiene, ribadendo che senza una revisione del regolamento la partecipazione delle opposizioni non avrebbe alcuna utilità.
Il consiglio del Mare arriva così alla conclusione del mandato dopo una fase segnata anche dalle dimissioni di alcuni componenti, sostituiti soltanto dopo l’estate. Il 13 dicembre si tornerà alle urne, ma senza le forze di minoranza. E proprio nel territorio dove il confronto politico è stato più acceso, il prossimo consiglio rischia di nascere senza quella dialettica che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare una delle ragioni d’essere degli organismi di partecipazione.