La città continua a essere una tessera importante del puzzle energetico mondiale e, in particolare, della cattura e dello stoccaggio della CO2₂. Non si parla qui del progetto Eni-Snam, che vedrà i giacimenti di metano esauriti riutilizzati per lo stoccaggio dell’anidride carbonica, ma di quello, già avviato, di Liverpool. E che c’entra Ravenna? C’entra perché è la Rosetti Marino a costruire le piattaforme destinate a quel sito. La prima è partita ieri da Piombino, in Toscana, perché lo stabilimento ravennate dell’azienda è attualmente impegnato in un altro progetto. La piattaforma Douglas Ccs è la prima delle quattro che la storica azienda sta realizzando nell’ambito del progetto «Liverpool Bay Carbon Capture and Storage», sviluppato da Eni nel Regno Unito.
La piattaforma, completata in meno di 18 mesi dall’acquisizione del contratto da parte di Eni Ul, raggiungerà il Mare d’Irlanda nelle prossime settimane. L’installazione nella Baia di Liverpool è prevista entro la fine di settembre e segnerà l’avvio della fase offshore del progetto. Un risultato ottenuto attraverso un programma accelerato, il cosiddetto “fast-track”, che ha integrato le diverse fasi di ingegneria, approvvigionamento, costruzione e commissioning.
La Douglas Ccs avrà un ruolo centrale nel sistema Liverpool Bay Ccs. Sarà infatti l’hub offshore incaricato di ricevere l’anidride carbonica catturata dagli impianti industriali e distribuirla, attraverso una rete di tubazioni offshore, alle altre tre piattaforme previste dal contratto tra Eni UK e Rosetti Marino. Da queste strutture l’anidride carbonica verrà quindi iniettata nei giacimenti di gas ormai esauriti, situati sotto il fondale marino, dove è previsto lo stoccaggio permanente. Un progetto, come si nota, del tutto simile a quello ravennate.
Il sistema fa parte di HyNet, il grande cluster industriale sviluppato nel Nord-Ovest dell’Inghilterra e nel Nord del Galles e considerato uno dei programmi più ambiziosi nel Regno Unito per la riduzione delle emissioni dei comparti industriali. L’obiettivo è intervenire soprattutto sulle attività definite “hard to abate”, quelle nelle quali la decarbonizzazione risulta particolarmente complessa e dove la cattura della CO2 può rappresentare una delle tecnologie utilizzabili per ridurre le emissioni.