Ravenna, otto anni da interinale: fa causa all’azienda che arreda gli yacht

Ravenna

Per otto anni si è occupato di assemblaggio di luci e impianti elettrici su yacht e navi da crociera per la stessa azienda. Ogni giorno alla stessa postazione, con le stesse mansioni e sotto gli stessi capi reparto. In mano, tuttavia, non aveva alcun contratto da dipendente, quantomeno non con la ditta di componenti nautici per la quale prestava servizio. Risultava assunto invece di un’agenzia interinale che di volta in volta gli ha rinnovato il contratto. Almeno fino a febbraio di quest’anno, quando, improvvisamente e senza nessun apparente motivo, il rapporto di lavoro che lo vedeva ormai esperto non è più stato confermato. Quando ha chiesto spiegazioni sul motivo, la risposta sarebbe stata questa: “Non ti vogliono in azienda”. Un messaggio reso ancor più esplicito allorquando, dopo una prima missiva inviata tramite un avvocato, anziché ricevere chiarimenti ha dovuto dare lui spiegazioni sulle ragioni che lo avevano costretto a chiedere un parere legale.

Nasce da qui la causa di lavoro promossa dall’operaio, 28enne ravennate sia contro l’agenzia interinale, sia contro l’azienda situata in una frazione del Ravennate, rivendicando il riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

L’assunzione

L’assunzione del lavoratore risale al settembre del 2017. La sua storia viene riassunta nel ricorso presentato con l’avvocato Angelo Canarezza. L’operaio sostiene che la sua attività non avesse nulla di temporaneo: otto anni nello stesso reparto, con identiche mansioni e condizioni di lavoro. Il giovane denuncia l’uso improprio dello staff leasing, la forma di somministrazione a tempo indeterminato che, secondo la direttiva europea 2008/104, dovrebbe essere impiegata solo per esigenze produttive limitate nel tempo. In questo caso - sostiene la difesa - lo strumento sarebbe stato utilizzato per coprire un fabbisogno strutturale dell’azienda, eludendo il principio della stabilizzazione del lavoratore.

La fine del rapporto

Non bastasse, a febbraio di quest’anno il 28enne sarebbe stato convocato e informato, senza spiegazioni, della volontà dell’azienda di ritirare il contratto. Pochi mesi dopo, al suo posto sarebbero stati assunti altri operai. Oltre al danno, la beffa; fra questi, c’erano anche gli stessi colleghi che lui stesso aveva formato.

Nel ricorso si chiede quindi di dichiarare la nullità dei contratti di somministrazione e di accertare l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato con l’azienda di forniture nautiche sin dal 2017, con condanna dell’azienda a un ulteriore risarcimento pari a dodici mensilità per una precarietà permanente mascherata da flessiblità.

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