“I negri e i marocchini non possono entrare”. Una frase che fa raggelare, pronunciata all’ingresso del Marina Bay e indirizzata a un ragazzo straniero, lasciato alla porta della discoteca di Marina di Ravenna nell’estate del 2022. Nonostante fosse munito di biglietto, fu invitato a unirsi ad altri giovani di colore ai quali era già stato negato l’accesso. Era la notte del 12 agosto e già dal giorno dopo la polemica rimbalzò a livello nazionale dopo la denuncia della madre del giovane. Ora quelle parole sono scritte nero su bianco, nel capo d’accusa che vede imputati per istigazione all’odio razziale due addetti alla sicurezza e la titolare del locale.
Ieri il processo, incardinato di fronte al giudice Cristiano Coiro, è stato rinviato per rintracciare uno dei due imputati, attualmente all’estero.
Quella sera, a ritrovarsi “rimbalzato” mentre gli amici entravano per il concerto del trapper Capo Plaza, fu un 16enne nato in Etiopia ma adottato fin da piccolo da una famiglia bolognese. Si trovava in vacanza con la famiglia in campeggio sulla costa ravennate. E proprio quella sera, si trovò a fare i conti con una presunta discriminazione dettata unicamente dal colore della pelle. Sì, perché come lui, anche tutti gli altri tre clienti esclusi erano nati in Italia. Stando a quanto poi denunciato furono gli addetti alla sicurezza, stranieri pure loro e successivamente identificati in un 39enne di origine serba e in un 40enne cubano (difesi dagli avvocati Patrizia Zaffagnini e Monica Miserocchi), a impedire loro l’ingresso. Fu la madre del 16enne a denunciare il fatto alle forze dell’ordine, facendo partire l’indagine.
A sollevare il caso a livello mediatico fu però Gabriella Nobile, fondatrice dell’associazione “Mamme per la pelle”, associazione che da anni denuncia situazioni di discriminazione e si batte per la cultura dell’anti razzismo mettendo in rete le esperienze di madri con figli adottati all’estero. Figura infatti anche lei tra le cinque parti offese individuate dal decreto di citazione a giudizio firmato dal sostituto procuratore Raffaele Belvederi. Oltre all’associazione (assistita dall’avvocato Alessandra Ballerini, sostituita ieri dalla collega Sara Scarpellini), si è costituita parte civile anche lo stesso ragazzo etiope, ora maggiorenne.
Nei giorni caldi della polemica il locale replicò negando le accuse di razzismo. La decisione di escludere i ragazzi - così aveva commentato la direzione - era dettata esclusivamente a ragioni di sicurezza, alla luce di presunti problemi avvenuti nelle serate precedenti con le stesse persone. Secondo l’accusa però, i ragazzi lasciati fuori pare non avessero bevuto alcolici né assunto stupefacenti. Da qui l’accusa estesa anche nei confronti della titolare della discoteca, 50enne assistita dall’avvocato Paola Bravi; le è contestato anche di avere negato la consumazione compresa nel biglietto a un 20enne, inizialmente entrato e successivamente accompagnato all’uscita - secondo l’accusa - solo dopo averne accertato le origini marocchine.