Era il 20 agosto del 2020 e Ravenna aggiungeva un nuovo nome alla triste lista delle morti bianche. Rischiava di passare in sordina, bollato inizialmente come morte naturale. Invece Franco Pirazzoli giaceva senza vita in un magazzino del porto, con i traumi provocati da una pala gommata che lo aveva travolto in retromarcia. Pirazzoli aveva 60 anni. Ieri, a quasi cinque anni di distanza, in tribunale a Ravenna si è chiuso in primo grado il processo nei confronti di un operaio di origine indiana oggi 29enne, collega di lavoro della vittima. Il giudice Antonella Guidomei lo ha condannato a un anno per omicidio colposo. Secondo l’accusa c’era lui alla guida del mezzo che lo investì all’interno della Ifa, azienda del terminal portuale.
La ricostruzione dell’incidente
Pirazzoli lavorava per conto dell’agenzia interinale Gi.Group. Quel giorno aveva appena staccato per la pausa pranzo e si stava dirigendo a piedi nel tunnel che unisce due magazzini dell’azienda quando fu investito. Il primo a soccorrerlo, praticandogli anche la respirazione bocca a bocca, fu lo stesso imputato, difeso dall’avvocato Stefano Dalla Valle. Ha sempre negato di avere investito il collega.
Le stesse indagini non avrebbero mai ricostruito con esattezza quale manovra esatta sia stata fatale. A rendere ulteriormente difficile l’inchiesta è anche il fatto che pare non ci sia stato nessun testimone oculare dell’incidente.
A pesare sulla posizione dell’imputato, tuttavia, ci sarebbero le dichiarazioni rese da altri lavoratori, tra i quali un camionista che avrebbe raccolto una sua confidenza giorni dopo l’accaduto; il 29enne gli avrebbe riferito che Pirazzoli era morto perché colpito da una pala meccanica, mostrandosi preoccupato sulla possibilità di andare in carcere. Una dichiarazione che secondo il pm Raffaele Belvederi era valsa come «una confessione stragiudiziale».
Altre responsabilità
Il collega di lavoro di Pirazzoli non è l’unico a essere stato chiamato a rispondere della morte del 60enne. L’inchiesta ha a suo tempo fatto emergere anche altre responsabilità legate alle condizioni di lavoro. Gli operai si muovevano in un ambiente buio, polveroso, dove la visibilità rasentava lo zero e nella totale promisquità di mezzi e pedoni. Lacune gravi sanzionate dal punto di vista amministrativo, fra le quali l’assenza di formazione in materia di sicurezza sul lavoro, la mancata manutenzione di mezzi, luoghi, attrezzature e dotazioni, la presenza di vie di circolazione non distinte fra mezzi e operai, non in regola con il Testo unico. Contestazioni mosse anche nei confronti di altri due imputati, il legale rappresentante della Ifa e la sorella, entrambi difesi dall’avvocato Carlo Benini. Il primo ha patteggiato, per la parente invece c’è stata l’archiviazione. Lo stesso imputato non era stato sottoposto alla visita medica periodica. Ma ieri il giudice - così come chiesto dal pm - ha riqualificato la contestazione in colpa generica, eliminando la fattispecie specifica legata all’inosservanza delle norme sul lavoro.
Il 29enne non si è mai presentato in Procura per spiegare la propria posizione. Risulterebbe per giunta irreperibile. Circostanza che potrebbe rendere difficile al difensore, una volta lette le motivazioni della sentenza, presentare un eventuale appello.