Ravenna, morì in ospedale, 40 medici indagati: “Clamoroso ritardo nella diagnosi”

Ricoverata per un mese, spostata da un reparto all’altro in cerca di una terapia per salvarle la vita. Non era servito a nulla, se non ad alimentare i dubbi sulla patologia poi rivelatasi fatale. Tra le ipotesi, i medici non avevano escluso una fra le più allarmanti: “mucca pazza”. E per fugare i sospetti la Procura non aveva perso tempo; disponendo l’autopsia sulla paziente, una 59enne ravennate deceduta il 5 maggio del 2019, 40 sanitari dell’ospedale di Ravenna erano stati iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di omicidio colposo.
Il giallo era stato chiarito verso la fine dello stesso anno dalla consulenza medico-legale: la donna non era morta a causa del morbo di Creuzfeld-Jacob (MCJ). E nel valutare l’operato dei medici del “Santa Maria delle Croci”, gli esperti nominati dal sostituto procuratore Monica Gargiulo avevano giudicato positivamente le varie condotte, portando così il pm a chiedere l’archiviazione per tutti.
A cinque anni di distanza il caso torna in tribunale. Valutando la richiesta di opposizione presentata dalla figlia della defunta, il giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti ha fissato una nuova udienza.
Il calvario fra i reparti
L’inchiesta aveva preso il via il giorno dopo il decesso, con la denuncia sporta ai carabinieri dai familiari della 59enne. Nel 2017, la donna era stata curata da un linfoma all’Irst di Meldola, con un autotrapianto di staminali. Nel marzo di due anni dopo aveva iniziato a stare male, per poi essere ricoverata il 7 aprile. In principio solo qualche linea di febbre, associata a malessere generale. Poi però le condizioni erano peggiorate, portando a un ricovero, prima nel reparto di Medicina per una sospetta polmonite e a seguire in Malattie infettive con diagnosi di un’encefalite. Trascorsa un’altra settimana era nuovamente stata trasferita in Neurologia, dove i medici avevano appunto valutato l’ipotesi “mucca pazza”. L’ultimo spostamento, in Medicina d’urgenza, non sarebbe mai avvenuto, per via del decesso sopraggiunto appunto dopo 28 giorni, alle 9.55.
La battaglia dei familiari
La richiesta di archiviazione presentata dalla Procura poggia sull’elaborato depositato dai due consulenti bolognesi, l’anatomopatologo Carmine Gallo e il medico legale Irene Facchini, i quali, oltre a escludere tra le cause quella del temuto disturbo degenerativo MCJ, concludono che lo “shock terminale” accusato dalla “paziente gravemente immunodepressa” e contemporaneamente affetta da una rara e grave encefalite “in nessun modo prevenibile” oltre a polmonite. E precisano che non ci sono state né carenze terapeutiche né diagnostiche.
Ma qui si inserisce l’opposizione della figlia della 59enne, stilata dall’avvocato Francesco Furnari. Il quale evidenzia che i consulenti non avrebbero correttamente risposto ai quesiti posti dal pm. Attingendo dalla cartella clinica, sottolinea come cinque giorni prima del decesso, il caso della paziente fosse stato discusso in maniera multidisciplinare. Il legale parla di un «inquadramento diagnostico ondivago» e conclude: «La signora è deceduta a causa del clamoroso ritardo diagnostico in capo ai sanitari dell’ospedale di Ravenna».
Sul punto si dovrà ora esprimere il giudice, che potrebbe decidere di chiudere definitivamente la vicenda o in alternativa disporre nuove indagini sull’operato dei medici, difesi dagli avvocati Ermanno Cicognani, Giovanni Scudellari e Carlo Alberto Baruzzi, valutando un eventuale processo.