Ravenna, morì alla casa di riposo per un cerotto al Fentanyl, le figlie: “Sbagliammo a portarla lì”

Ravenna

«Avevamo deciso di mettere nostra madre in una struttura perché non riuscivamo più a gestirla e avevamo bisogno di un luogo che le garantisse assistenza totale. Abbiamo commesso un errore clamoroso». Un lungo sfogo in aula, quello delle due figlie della signora Anna Pezzi. A inizio 2023, la madre aveva 90 anni quando entrò a Santa Teresa. Era il 3 gennaio. Due giorni dopo morì. La causa - secondo quanto appurato dalla Procura -, fu l’erronea somministrazione di un farmaco: anziché il solito cerotto di Neupro per il trattamento della malattia di Parkinson, il personale della casa di riposo gliene mise uno di Durogesic, medicinale a base di Fentanyl. La signora andò in coma e morì dopo il trasferimento al pronto soccorso. Per quel fatto è ora a processo l’infermiera della struttura di accoglienza. è accusata di omicidio colposo per quello che secondo la ricostruzione dei fatti fu un clamoroso errore: lo scambio della “scheda terapia” della donna con quella di un’altra ospite del centro.

«Non c’è più nulla da fare»

Il processo si è aperto ieri davanti al giudice Piervittorio Farinella, con la deposizione delle due figlie della vittima, costituite parte civile con l’avvocato Carlo Benini. Per prime hanno ricordato quei giorni terribili che hanno preceduto il lutto, rispondendo alle domande del sostituto procuratore Ylenia Barbieri. La mattina del 5 gennaio la maggiore delle due, Patrizia Savini, andò a trovarla: «Era assopita e con la voce un po’ impastata, ma non ci diedi peso». Nel pomeriggio la donna entrò in coma. Il personale avvisò subito i familiari. «Il medico disse, non c’è più niente da fare, lasciamola andare in pace».

La terapia sbagliata

Fu l’intervento del 118 a stravolgere il quadro, scoprendo l’errore. Tra i testi, ieri ha parlato il dottore, specialista in rianimazione, che intervenne d’urgenza con l’automedica. «La paziente era in coma profondo, frequenza respiratoria bassa. Mi portarono un foglio con diagnosi e terapia. C’era scritto “1 su 2”, ma della seconda pagina non c’era traccia. Nessuno dei farmaci indicati, nemmeno in sovradosaggio spiegava quel coma». A quel punto l’esperto comprese che la chiave di tutto era quel cerotto. Disse all’infermiere di recuperarlo e somministrò l’antidoto: «Due fiale di Naloxone, che hanno un effetto immediato ma un’emivita inferiore a quella del Fentanyl». In serata all’ospedale il cuore della donna smise di battere.

Alessandra Savini, figlia secondogenita dell’anziana ha descritto che cosa accadde in quelle ore. Le bastò una ricerca su Internet per scoprire che la dose contenuta nel cerotto sbagliato era «la massima consentita...mia mamma aveva 90 anni, era fragile, quel cerotto l’ha stesa». Fu un’infermiera del pronto soccorso a consegnarle la “scheda terapia” data da Santa Teresa agli operatori dell’ambulanza: «Mi disse, tienila da conto perché a volte questi fogli spariscono».

Nelle parole delle figlie della signora Pezzi trapelano amarezza e in qualche modo anche senso di colpa. «Avevamo mandato l’elenco delle medicine, compresi i farmaci stessi. Il giorno dopo ci chiamarono dicendoci che l’avevano perso». Intanto, «mamma la mattina del 3 diceva, Voglio andare a casa».

L’errore ammesso

Fu la direzione stessa della Cra ad ammettere l’errore, durante un incontro che le due familiari registrarono. Un faccia a faccia sul quale è stato sentito ieri Federico Fronzoni, responsabile organizzativo e coordinatore della struttura. Sarebbe stato lui a riferire alle figlie della paziente che a scambiare i farmaci era stata l’infermiera, rivelando che l’operatrice stava attraversando un momento difficile. «Disse che non si sapeva spiegare come potesse essere accaduto», ha ribadito il dirigente davanti al giudice.

Per l’imputata, il difensore, l’avvocato Marco Capucci, ha chiesto una perizia medico legale e tossicologica, oltre all’esaminazione del cerotto incriminato. Le sue domande poste al medico che provò a salvare l’anziana hanno puntato velatamente il dito su quanto accadde poi in ospedale e sulla presunta somministrazione di morfina dopo l’accesso al nosocomio. Il dottore ha spiegato con un paragone: «è come se dopo una bomba atomica fronteggiata con la fanteria, avessero attaccato nuovamente gettando un pugno di sassi». Come dire, ormai non c’era più nulla da fare.

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