A 31 anni viveva ancora con la madre. Lavorava sì come cameriere, ma non versava un euro per contribuire a bollette e spese varie. E quando ha deciso di licenziarsi pretendendo di farsi mantenere, i rapporti in casa, già compromessi da un atteggiamento ritenuto poco rispettoso, sono giunti a un punto di rottura drastico: carte bollate e una causa civile che ha visto il giudice dare ragione alla donna, condannando il figlio a lasciare l’immobile entro il 30 giugno prossimo, versando a mamma 3.545 euro di spese per il processo.
La sentenza vergata dal giudice Adriana Forastiere è del 14 giugno scorso e giunge al termine di un iter giudiziario intentato dalla donna (difesa dall’avvocato Luca Aldini) nel 2024. La signora chiedeva al tribunale di sollevarla dall’obbligo di mantenimento del figlio e di obbligarlo appunto a lasciare l’abitazione, di sua proprietà. La ragione principale non era solo di carattere economico; la donna lamentava una convivenza divenuta intollerabile poiché il ragazzo a suo dire non rispettava le benché minime regole di convivenza civile. Quanto alla gestione della casa, non contribuiva minimamente, men che meno nel pagamento di bollette, spese condominiali e via dicendo.
Il colmo, il 31enne lo ha raggiunto - agli occhi della madre - quando ha deciso di mollare il lavoro, un contratto a tempo indeterminato da cameriere che gli garantiva uno stipendio fisso mensile di 1.300/1.400 euro. E di cercare un nuovo impiego, manco a pensarci.
«Non si è mai presentato»
Il giudice dà peso a un aspetto: pur citato e chiamato in tribunale per essere interrogato formalmente, il 31enne (assistito dall’avvocato Michele Lombini) non si è mai presentato. Valutata la documentazione presentata dalla madre, il magistrato ha attinto da pronunce delle Cassazione in materia di mantenimento. Fra tutti il principio che l’obbligo da parte dei genitori «non si protrae sine die, ma cessa quando il figlio abbia raggiunto l’autosufficienza economica oppure possa essere considerato in colpa per non averla raggiunta».
Il caso in questione - continua la sentenza - non rientra nemmeno nelle tipiche fasi della vita di un figlio che, divenuto maggiorenne, prosegue il percorso di studi dopo il diploma o si affaccia al mondo del lavoro senza ancora avere la capacità di autosostenersi. A 31 anni, «ha raggiunto un’età per la quale deve presumersi conseguita ... una dimensione di vita autonoma». Tanto più che non esiste una legge che dia diritto incondizionato a un figlio maggiorenne di vivere sulle spalle dei genitori contro la loro volontà.
Tre mesi per andarsene
Dal canto suo, invece, la madre deve concedergli un tempo ragionevole per trovare un nuova sistemazione. La decisione del Tribunale bizantino, anticipata ieri dal Corriere della Sera, ha creato un certo scalpore. A distanza di quasi tre anni dalla raccomandata inviata al “ragazzo” invitandolo a prendere la porta, la causa ha dato ragione alla genitrice. E in caso di problemi futuri, rammenta la sentenza, c’è sempre la norma a dare consigli: qualora non sia pienamente autosufficiente, «troverà applicazione la somministrazione alimentare».