Ravenna, licenziata perché disabile. Il giudice la reintegra: “E’ discriminatorio”

Ravenna
  • 05 aprile 2026

RAVENNA - «Licenziata perché disabile». La sintesi, seppur brutale, è questa. Ed è il motivo che ha portato il giudice del lavoro Dario Bernardi ad annullare il provvedimento di un’azienda ravennate nei confronti di un’operatrice socio sanitaria dichiarandolo «discriminatorio», e condannando la società a reintegrare la dipendente risarcendola delle mensilità intercorse fino alla sentenza oltre alle spese legali.

Il licenziamento della lavoratrice porta la data del 24 settembre del 2024. La patologia di cui soffriva, una lussazione della mandibola a tutti gli effetti invalidante, era stata considerata dall’azienda incompatibile con le mansioni a lei affidate alla luce del parere del medico competente. Così le avevano offerto un incarico diverso, ma non alle stesse condizioni: le avevano proposto di passare da un orario a tempo pieno a 12 ore settimanali, affidandole un incarico da addetta alle pulizie. Un demansionamento che la donna aveva rifiutato. Per questo il datore di lavoro era passato a soluzioni drastiche: ritenendo che non ci fossero altri ruoli disponibili, l’aveva licenziata per giustificato motivo oggettivo.

Perso il posto, la donna è rimasta senza lavoro fino alla sentenza, che porta la data del 2 aprile, ponendo fine alla lunga attesa dell’azione legale intentata con l’avvocato Gianni Casadio. Un ricorso che ha fatto breccia, non prima però di avere passato il vaglio di una consulenza medico legale che ha chiarito i dubbi sullo “status di disabile” e di quanto questo avesse inciso sulla vita lavorativa della Oss. Secondo tutti i consulenti (sia quello del giudice sia quelli di parte) il medico competente che aveva espresso il giudizio di inidoneità avrebbe dato un parere «eccessivo».

Venendo meno la motivazione medico-legale alla base delle decisioni aziendali, il giudice afferma che il licenziamento sarebbe avvenuto «in ragione dell’asserita inidoneità fisica» che, per quanto esistente, non era tale da impedire lo svolgimento dell’attività lavorativa. La donna quindi è stata «licenziata per handicap», immaginando peraltro il problema fisico «più limitativo di quello che in realtà è». E questo renderebbe il provvedimento discriminatorio.

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui