L’economia ravennate è chiamata a una nuova prova di resistenza. Le bombe degli Usa e di Israele e la successiva reazione iraniana hanno prodotto l’ennesimo shock sui mercati internazionali, dopo quelli registrati con il Covid e con l’invasione russa in Ucraina. Secondo l’economista Massimo D’Angelillo, della società Genesis, i settori più a rischio per Ravenna sono la filiera energivora della chimica, il porto e il turismo. «In questi anni il territorio ha saputo superare diversi ostacoli grazie alla diversificazione delle attività - riflette D’Angelillo -, ma oggi ci troviamo di fronte a una crisi dai risvolti imprevedibili. Non sappiamo quanto potrà durare, ma c’è già chi agita lo spettro del barile di petrolio a 200 dollari. Sarebbe una catastrofe e l’economia ravennate ne risentirebbe pesantemente. Già adesso possiamo mettere in preventivo una contrazione del Pil provinciale per il 2026, che si innesterebbe su previsioni di crescita alquanto limitate. Perdere solo qualche punto significherebbe recessione. I venti di guerra spirano sull’intera economia italiana. La gravità del contesto è rappresentata dalle parole del presidente di Confindustria Emanuele Orsini che ha invocato misure a sostegno delle imprese simili a quelle del periodo Covid».
D’Angelillo fa un confronto con la grande crisi petrolifera del 1973: «Allora, l’aumento dei prezzi del greggio rappresentò l’inizio della fine della raffineria Sarom, che sorgeva alle porte di Ravenna e che entrò pesantemente in crisi per l’instabilità internazionale. I paesi del Medio Oriente iniziarono a raffinare il petrolio nei loro impianti, innescando così una concorrenza spietata. Lo shock energetico mise in difficoltà anche l’Anic, che però seppe reagire. I ricorsi storici consigliano grande attenzione per quanto sta avvenendo, anche perché Ravenna ha ancora una forte presenza di stabilimenti chimici che lavorano i derivati del petrolio». Altro tallone d’Achille per il territorio potrebbero essere i traffici portuali: «Gli scali marittimi italiani che si affacciano sul Tirreno hanno sempre lavorato con le Americhe. Ravenna, dal canto suo, essendo sul mare Adriatico, ha guardato a Est, incrementando via via gli scambi con il continente asiatico che oggi è molto dinamico. Il buon andamento del porto di Ravenna (rispetto agli scali del Tirreno, in primis Genova) nell’ultimo decennio è dovuto anche al fatto di avere beneficiato dello spostamento del baricentro economico mondiale, con una crescita dell’Aia e un calo degli Usa. Il canale di Suez e lo stretto di Hormuz sono due passaggi quasi obbligati per le navi che provengono da Est, se si bloccano queste due vie verrà meno un’arteria fondamentale per le performance del porto. L’interruzione delle rotte per l’Asia nel medio-lungo periodo produrrebbe contraccolpi commerciali durissimi».
Tra le voci economiche a rischio figura anche il turismo, sia per i possibili effetti di una riduzione della capacità di spesa degli italiani, sia per le questioni legate alla sicurezza della navigazione: «In tanti potrebbero rinunciare a viaggiare e l’effetto per la città d’arte, le colline e le nostre spiagge potrebbe essere decisamente negativo». La scelta di colpire l’Iran ha prodotto una serie di effetti a catena: «Molto dipenderà da quanto tempo è destinato a proseguire il conflitto - conclude D’Angelillo -. Più si trascinerà, più vedremo gli effetti negativi. Il rigassificatore al largo di Ravenna continua a essere una risposta all’emergenza energetica, ma utilizza il gas proveniente dagli Stati Uniti che è più caro rispetto a quello russo. Il rincaro del petrolio agisce poi su tutto il comparto logistico che riveste una grande importanza in tutta la regione. I fattori di preoccupazione sono molteplici e Ravenna per l’ennesima volta dovrà fare affidamento sulla sua economia diversificata. Avere più vocazioni è sempre un vantaggio»