Tre sono stati sospesi per 10 mesi. I restanti cinque potranno continuare a lavorare in ospedale, col divieto però di visitare e certificare lo stato di salute degli stranieri irregolari destinati al trasferimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Questa la decisione presa dal giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek sugli otto infettivologi del reparto di Malattie infettive del “Santa Maria delle Croci” indagati a Ravenna nell’ambito dell’inchiesta sui presunti falsi certificati “anti-rimpatrio”.
La misura è stata disposta dal gip dopo l’interrogatorio preventivo di giovedì nel quale tutti gli operatori si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Una decisione che asseconda in buona parte la richiesta presentata dal pm Angela Scorza, titolare con il procuratore capo Daniele Barberini del fascicolo che ipotizza i reati di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio.
La differenza tra le due distinte interdizioni impartite al personale coinvolto conduce a una verosimile interpretazione: il giudice potrebbe aver dato un peso diverso alle singole posizioni ritenendone alcune più gravi di altre. Sugli otto camici bianchi sotto inchiesta gravano infatti i contenuti delle chat e delle conversazioni acquisite dagli investigatori della Squadra mobile nel corso dell’indagine iniziata nel luglio del 2025 e culminata con la perquisizione in corsia del 12 febbraio scorso. Nei messaggi, secondo l’accusa, emergerebbe una comune adesione alla “campagna no Cpr”, iniziata fin dai primi mesi del 2024 per prendere via via vigore in una vera e propria strategia per boicottare il sistema della detenzione amministrativa. Una scelta definita dagli stessi “puramente etica” e in polemica con le condizioni sanitarie dei Centri per il rimpatrio, ritenute scadenti; ma anche aderente a un “pensiero politico”, tanto da aver trovato supporto in Parlamento con un’interrogazione della deputata dem Ouidad Bakkali.
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