Una parte dei componenti del Csm (i togati Edoardo Cilenti, Paola D’Ovidio, Maria Vittoria Marchianò, Maria Luisa Mazzola, Eligio Paolini e Dario Scaletta e i laici Enrico Aimi, Isabella Bertolini, Daniela Bianchini, Claudia Eccher, Felice Giuffrè e Daniele Porena) chiedono l’apertura di una pratica a tutela dei magistrati che si occupano dell’indagine di Ravenna sulle certificazioni di l’idoneità ai Cpr. “Nei giorni scorsi - scrivono questi componenti del Csm motivando la richiesta - l’attività degli inquirenti è stata oggetto di ripetute dichiarazioni pubbliche da parte di esponenti politici e del mondo associativo”.
In alcuni casi “l’azione della Procura è stata definita una ingiusta “caccia alle streghe” e una “criminalizzazione dell’atto medico”, oltre che, come purtroppo accade sempre più spesso, un’operazione dal sapore politico, finalizzata a creare ‘capri espiatori’ con metodi da Gestapo”.
“Affermazioni di questo tenore - osservano i consiglieri - non esprimono un dissenso nel merito, ma si traducono in una denigrazione generica e generalizzata dell’intera attività inquirente”. Il risultato “è quello di alimentare presso l’opinione pubblica una delegittimazione diffusa e indiscriminata della funzione giudiziaria esercitata dai magistrati della Procura di Ravenna e, più in generale, da tutti i magistrati che interverranno nelle successive fasi della vicenda”. Queste dichiarazioni, secondo i consiglieri del Csm, “rischiano inoltre di pregiudicare la serenità dell’ufficio inquirente in un momento particolarmente delicato”.