L’intestazione in una delle pagine manoscritte inquadra subito l’argomento, “No Cpr”, e va dritto al sodo. Individua il “Rischio” di finire indagati per falso ideologico citando come esempio quanto accaduto agli otto “medici di Ravenna”, e fornisce gli “Escamotage” per evitare gli stessi guai. Non manca infine il capitolo su “cosa fare in caso di perquisizione”. E’ una sorta di vademecum per i dottori che aderiscono alla campagna contro i Centri di permanenza per i rimpatri, quello che per giorni è circolato nel carcere La Dogaia di Prato. Al suo interno ci sono numerosi riferimenti all’inchiesta che ha preso il via a Ravenna sotto la direzione del pm Angela Scorza e che si è estesa su scala nazionale seguendo le tracce di una presunta rete di medici intenzionati a boicottare il sistema che li coinvolge nelle visite per dichiarare o meno l’idoneità alla detenzione amministrativa degli stranieri destinati all’espulsione.
Ravenna. In un foglio gli «escamotage» dei medici “No Cpr”. «Ecco i rischi e cosa fare se perquisiti»
Il nome dell’avvocato
Nei fogli non ci sono solo riferimenti normativi, ma anche nomi. Fra tutti, quelli dell’avvocato Eugenio Losco, nome già uscito nell’ambito dell’inchiesta, in quanto legale difensore del dottor Nicola Cocco, l’infettivologo referente della Società italiana medicina delle migrazioni, nono indagato con l’ipotesi di associazione per delinquere (insieme ad altre tre dottoresse ravennati) perché ritenuto dalla procura bizantina il promotore della rete “Mai più lager - No ai Cpr”.
Come evitare guai
E così si parte dal rischio, che guarda caso coincide proprio con l’accusa che lo scorso febbraio ha fatto scattare la prima perquisizione al reparto di Infettivologia dell’ospedale di Ravenna, notificando gli avvisi di garanzia a otto medici. Si menziona l’articolo 481 del codice penale e le pene previste (“reclusione fino a 1 anno, da 50 a 500 €”). Accanto campeggiano le repliche, fra tutte, il fatto che “la valutazione del medico può anche essere sbagliata ma è una valutazione del medico”, e una rassicurazione circa la posizione della FNOMCeO (l’ente che riunisce gli ordini provinciali dei medici) secondo la quale “non è prevista la radiazione”.
Arriviamo poi agli escamotage. Dal fare leva su “sofferenza/fragilità psicologica”, ai richiami deontologici (“dobbiamo tutelare la salute della persona”). C’è poi il suggerimento sulla possibilità di dichiarare inidoneità “se il pz (paziente, ndr) è Quantiferon”, cioè positivo al test per la tubercolosi, “e non ha ancora fatto Rx torace”. E ancora, il referto di non idoneità sarebbe “ok” se si indica una “sofferenza psichica legata al trasferimento in un Cpr”, oltre a esplicitare che i centri “sono patogeni come è emerso a livello internazionale” e “come dice l’Oms”.
E in caso di perquisizioni...
Ecco infine la seconda pagina, apparentemente scritta dalla stessa mano. Qui si passa ai riferimenti normativi, dal Testo unico dell’immigrazione, al Regolamento di attuazione, passando per la Direttiva rimpatri e l’Ordinamento penitenziario. E a mali estremi, estremi rimedi: in caso di perquisizione, prosegue il prontuario, può essere “iniziativa del pm, ministero dell’interno”. Ed ecco indicato come reagire: “Deve esserci un motivo valido, chiamare subito avvocato che assista, se non può, si può chiedere che una persona di fiducia sia presente per testimoniare”.
L’indagine è giunta a un punto di svolta il 16 settembre scorso. All’alba la polizia di Stato ha effettuato perquisizioni su altri 23 medici in tutta Italia (non indagati, eccetto Cocco). L’acquisizione di dispositivi informatici, computer, mail e chat era finalizzata in particolare alla ricerca di una presunta mappatura su scala nazionale di tutti gli stranieri “salvati” dal trasferimento nei Cpr grazie ai pareri di non idoneità. Migliaia di pagine sono ora al vaglio degli inquirenti. Fra queste - trapela da fonti investigative - sarebbero già emersi elementi di interesse. Ai quali si aggiungono anche le due paginette scritte a mano uscite dal carcere toscano per aiutare i medici anti-Cpr a non fare la stessa fine dei colleghi di Ravenna.