«Moussa sanguinava tanto, io ho visto tutto, l’ho portato là, vicino alla strada perché speravo passasse qualche macchina. Ma perdeva troppo sangue». A parlare è uno dei senzatetto che alle prime ore del 14 aprile scorso ha assistito alla lite fatale iniziata nel casolare abbandonato in Darsena e costata la vita al 29enne senegalese Moussa Cisse. L’uomo accusato di averlo ucciso, Dambelè Kedjougou Madi, 36 anni originario del Mali, è stato trasferito nel carcere di Piacenza ed è indagato per omicidio volontario aggravato dai futili motivi. E ieri, nell’ambito delle indagini coordinate dal sostituto procuratore Ylenia Barbieri, sono stati sentiti in tribunale davanti al giudice per le indagini preliminari Corrado Schiaretti tre uomini e due donne, identificati dai carabinieri quali testimoni della terribile colluttazione. Si trovavano all’interno del rudere trasformato in dormitorio improvvisato, nell’area degli ex Magazzini Silos Granari del Candiano. Era la loro casa, fatta eccezione per un giovane che per la prima volta aveva scelto quell’immobile come rifugio. Trattandosi di persone senza fissa dimora (che quindi potrebbero non essere più reperibili nel corso delle indagini o dileguarsi ancor prima di un eventuale processo), la Procura ha chiesto di sentirle in incidente probatorio, acquisendo in anticipo la loro deposizione alla presenza della difesa dell’indagato, assistito dall’avvocato Cristiana Burdi.
Ravenna. I testimoni dell’omicidio in Darsena chiamati in tribunale: «Moussa mi disse: “Chiama l’ambulanza”»
I ricordi in corridoio
Tutti e cinque i testimoni si sono ritrovati nel corridoio del palazzo di giustizia, ricordando le ore concitate in attesa dell’arrivo dei soccorsi. Si abbracciano e a turno entrano in aula. Una di loro si lascia andare: «Quando ho visto Moussa con la mano sporca di sangue, mi ha detto, “chiama l’ambulanza”. Io l’ho chiamata due volte». E ancora, «era buono come il pane». Poi passa a descrivere il rancore che a suo dire il 36enne maliano provava nei confronti della vittima: «Quell’altro c... diceva, “prima o poi lo ammazzo”, ce l’aveva con Moussa».
Non vuole parlare con i giornalisti uno degli altri testimoni, «hanno scritto tante cazzate», si sfoga prima di entrare in aula. Si esprime meglio in spagnolo che in italiano. Tiene però a spiegare le ragioni di quel tragitto percorso dal casolare, dove il 29enne è stato colpito dal fendente fatale, fino alla sede dell’Autorità portuale, dove il ragazzo si è accasciato esalando l’ultimo respiro: nessun inseguimento, nessuna aggressione in corsa. Solo un tentativo disperato di chiedere aiuto e di accelerare l’arrivo dei soccorsi. Lo interrompe un’altra ragazza, anche lei testimone, che in spagnolo gli ricorda l’iniziale diffidenza verso la stampa: «No hablar mucho».
Le indagini e il movente
Nell’ambito dell’inchiesta, il pm ha disposto consulenze medico-scientifiche che riguardano reperti salivari ed ematici, tracce rinvenute su oggetti sequestrati nella scena del crimine, tra i quali la presunta arma del delitto, un collo di bottiglia rotto. Stando a quanto finora ricostruito, la lite sarebbe nata per una questione di soldi, coinvolgendo anche un altro straniero, amico di Moussa. Nel corso della discussione anche il 36enne sarebbe stato colpito alla testa con un oggetto contundente. Si sarebbe poi allontanato. Dai filmati delle telecamere presenti nella zona gli inquirenti hanno potuto ricostruire l’intera sequenza dei suoi spostamenti. Avrebbe recuperato una bottiglia di birra da terra rompendola per farne un’arma e tornare indietro.
Moussa è stato raggiunto da un fendente alla gola sulla pista ciclabile, all’altezza del varco abusivo aperto tra le lamiere e le recinzioni arrugginite per accedere al riparo di fortuna. Tra le parole di quegli istanti, nella memoria restano le più terribili: “Vieni qui che ti ammazzo”.