Ravenna, gli immigrati in tribunale indicano i due scafisti

Ravenna
  • 08 marzo 2026

RAVENNA - Uno avrebbe guidato il barcone mentre l’altro teneva in mano il gps. Attorno a loro c’erano i compagni di un viaggio disperato, forse imposto, partito dalle spiagge della Libia e approdato a Ravenna il 15 ottobre del 2024 dopo il soccorso in mare aperto da parte della nave umanitaria Ocean Viking. Una volta sbarcati, sarebbero stati gli stessi profughi a indicarli quali scafisti, facendo ricadere accuse pesantissime sui due migranti visti al timone. Ora devono rispondere di aver violato il Testo unico sull’immigrazione prendendo parte al trasporto dell’intero gruppo. Nell’ambito dell’indagine che vede sotto accusa due egiziani di 24 e 30 anni, nei giorni scorsi sono stati sentiti tre ragazzi bengalesi, fra le 47 persone che quel giorno furono registrate e identificate dalla Questura al terminal di Fabbrica Vecchia, a Marina di Ravenna. Davanti al giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti, hanno confermato il ruolo ricoperto dai due indagati (difesi dagli avvocati Giorgia Montanari e Giacomo Scudellari), raccontando a loro volta un viaggio dai risvolti drammatici.

A bordo della Ocean Viking c’erano egiziani, pakistani, siriani e bengalesi. Tra loro c’erano anche 7 minori non accompagnati. Nel corso dell’incidente probatorio chiesto dal pm titolare del fascicolo, Silvia Ziniti (sostituita in aula dalla collega Lucrezia Ciriello), hanno raccontato l’inizio del loro viaggio, intrapreso credendo al miraggio di un lavoro offerto in Libia. Avrebbero pagato tra i 15mila e i 20mila euro per prendere due voli, uno fino a Dubai e l’altro fino a Tripoli, dove, insieme ad altri, sarebbero stati caricati in auto e portati in un casolare sperduto, dove avrebbero trascorso circa un mese di tempo.

Poi un giorno è arrivata un’auto. Li ha fatti salire, per portarli in una spiaggia. Di fronte a loro c’erano il mare e un barcone, con una sola opzione: salire, ma non prima di aver pagato altri 6mila euro. Quando alle spalle hai giorni, se non settimane di torture, o la minaccia di non riavere più cellulare e documenti, allora salpare verso una meta lontana e sconosciuta acquista il sapore della speranza. Così sono saliti.

Il ragazzo che guidava l’imbarcazione sarebbe stato riconosciuto dai tre; lo stesso anche per il connazionale che lo avrebbe aiutato nella navigazione. Hanno però precisato che era notte e i volti erano coperti. A questo si deve aggiungere la stanchezza e il digiuno protratto - ha riferito uno dei profughi - per 5 giorni. Non hanno saputo spiegare come sia avvenuto il salvataggio, se su chiamata di qualcuno o perché la Ong aveva intercettato il barcone alla deriva. Un quarto migrante, di origine siriana, doveva essere sentito dal gip, ma allo stato attuale risulta irreperibile, così il pm ha rinunciato alla sua escussione.

Terminato l’incidente probatorio è facile che ora la procura decida di concludere le indagini, passaggio che potrebbe comportare la richiesta di rinvio a giudizio per i due indagati. Al momento si trovano in un Centro di accoglienza straordinaria, a Cervia. Secondo i difensori, quelle ore passate fra timone e gps forse gli sono valse solo uno sconto. E ora sì, anche loro, come i compagni di viaggio, chiedono asilo.

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