RAVENNA - Il Consiglio di Stato mette la parola fine alla lunga vicenda degli autocostruttori di Filetto. Con la sentenza pronunciata dalla Quarta sezione, Palazzo Spada ha respinto l’appello della cooperativa Mani Unite confermando la decisione del Tar Emilia-Romagna e ritenendo congruo il risarcimento di 70 mila euro riconosciuto dal Comune di Ravenna per la manodopera prestata nell’ambito del progetto di housing sociale poi rimasto incompiuto.
La vicenda prende avvio nel 2006, quando il Comune promosse a Filetto un progetto di autocostruzione per finalità di edilizia sociale, concedendo alla cooperativa il diritto di superficie sull’area. Le 14 famiglie di autocostruttori, riunite poi nella cooperativa del Comune, furono scelte con bando pubblico. Ma quel progetto, sulla carta virtuoso, si trasformò in un pasticcio anche a causa della crisi che coinvolse la società edilizia che appoggiava la coop di autocostruttori. Che si trovarono ad un certo punto senza casa e con il mutuo sul capo. Dovette metterci una pezza il Comune, sia dal punto di vista economico sia per il completamento del lotto di villini, poi finiti nel calderone dell’edilizia pubblica. A quel punto però la coop - rappresentata dall’avvocato Danilo Montevecchi - ha chiesto un risarcimento al Comune, finito al Tar. Nel 2021 i giudici avevano riconosciuto le ragioni della cooperativa e di conseguenza il diritto a un ristoro per la manodopera prestata dai soci, ridotto del 25% per il «concorso di colpa della ricorrente», rinviando però la quantificazione a una fase successiva. Nell’udienza del 2023 il Tar ritenne «plausibile e attendibile» la stima del Comune e giudicò «ragionevole anche in un’ottica di equità» la proposta risarcitoria arrivate nel frattempo dall’Amministrazione, pari a 70mila euro. Contro questa decisione Mani Unite ha presentato appello sostenendo, tra l’altro, che i dati valorizzati dal Tar fossero «completamente errati perché riferiti solo a 6 dei 14 alloggi» e che il valore della manodopera non specializzata fosse stato calcolato «in palese contrasto con la logica matematica». Nel ricorso si legge anche che il ristoro riconosciuto sarebbe stato del tutto inadeguato rispetto al valore complessivo dell’opera, pari a «circa 700mila euro di costruzione tecnica».
Il cuore della decisione arrivata nei giorni scorsi dal Consiglio di Stato è rappresentato dalle conclusioni del verificatore nominato in corso di causa che aveva il compito di stimare a quanto dovrebbe ammontare il risarcimento per la manodopera. Operazione affidata al Provveditorato interregionale alle opere pubbliche Lombardia-Emilia Romagna. La relazione ha stimato il valore del costruito, riferito a tutti i 14 alloggi, quindi non soltanto ai 6 terminati, in «696mila euro, importo comprensivo di tutti i costi lordi relativi alla manodopera impiegata». Isolata la quota di lavoro non specializzato, il verificatore ha quantificato il relativo costo in «91.698,30 euro». Come base di partenza si è tenuto conto del costo orario di manodopera negli anni presi in esame, pari a poco meno di 19 euro.
Applicando la riduzione del 25% prevista dal Tar nel 2021, l’importo «fornisce un valore netto pari a 68.773,72 euro che si approssima in 70mila euro». Un risultato che, secondo Palazzo Spada, conferma la correttezza della quantificazione già fatta propria dal Tar e rende infondate tutte le censure mosse dalla cooperativa.
Il verificatore ha inoltre chiarito che, per la determinazione delle ore di lavoro, era «corretto utilizzare il costo del lavoro comprensivo delle componenti accessorie», mentre ai fini del risarcimento finale tali componenti non dovevano essere considerate, perché avrebbero comportato «un artificioso incremento dell’entità del risarcimento». Su queste basi il Consiglio di Stato ha ritenuto il metodo seguito «del tutto corretto e necessitato in base alla documentazione a disposizione», mettendo così la parola fine a una controversia durata quasi vent’anni. Il giudice ha compensato le spese di lite ma Mani Unite dovrà pagare il costo della verificazione.