Ha comprato casa pagandola in anticipo e per intero a una cooperativa edile che, tuttavia, ha lasciato incompiuti i lavori. Ha vinto la causa per entrare in possesso dell’immobile e di tasca sua ha investito per completare quanto ancora necessario per viverci con la famiglia. Cinque anni dopo ha ricevuto una notifica della banca, di quelle che tolgono il sonno: l’istituto di credito gli intimava di saldare il mutuo del costruttore, per non rischiare l’esproprio.
È una battaglia legale dai contorni paradossali quella che vede suo malgrado protagonista Remo Medugno, finanziere di 52 anni. Al centro della contesa la villetta a schiera nell’abitato di San Zaccaria, in via dell’Albana, che lui chiama casa quantomeno dal 2016. è quello l’anno in cui il giudice del tribunale di Ravenna, Roberto Sereni Lucarelli ha messo nero su bianco che l’abitazione già saldata era di fatto la sua, intimando alla cooperativa edile modenese “San Matteo”, presieduta da un ex consigliere comunale del Pd della città emiliana, di cancellare la porzione corrispondente dell’ipoteca che gravava sull’intero comparto immobiliare, che comprendeva in tutto otto case. Sembrava una vittoria. Invece era solo l’inizio di uno scontro che ricorda quello di Davide contro Golia, dove la parte del gigante la fa la banca, promotrice del pignoramento finalizzato all’espropriazione della casa, contro il quale il 52enne, assistito dall’avvocato Danilo Manfredi, si è opposto.
La casa incompiuta
Tutto nasce da un contratto firmato ormai 24 anni fa, nel 2011. Medugno acquista per 193mila euro la villetta in una lottizzazione a San Zaccaria. I mesi passano ma i lavori a un certo punto si arenano. Mancano il bagno, il giardino, parti essenziali per poterci entrare. Il proprietario si insospettisce, ma solo dopo aver firmato una fideiussione insieme ad altri acquirenti che, a differenza sua, hanno versato solo un anticipo sul prezzo d’acquisto dei rispettivi immobili. Si parla di un’ipoteca sui terreni da 1,3 milioni e un mutuo fondiario per un importo poi ridotto a 845mila euro, erogati dalla banca alla cooperativa.
Nel frattempo il 52enne porta la “San Marco” in tribunale per i lavori rimasti in sospeso e vince. Entra in casa e si rimbocca le maniche, aprendo nuovamente il portafogli.
Il pignoramento
Porta la data del 30 dicembre 2021 l’atto con il quale l’istituto di credito intima alla cooperativa e a Medugno in qualità di terzo proprietario di saldare la quota restante del debito pari a 678.199 euro. Atto che nel febbraio del 2022 spiana la strada al pignoramento. Passa un altro anno, e nel 2023 il costruttore fallisce. Il 52enne invita e diffida allora le parti a comparire da un notaio per cancellare l’ipoteca, ma non si presenta nessuno.
Il paradosso si fa ciclopico: perché nel frattempo i proprietari degli altri immobili saldano la propria posizione pagando la quota restante dell’acquisto all’istituto di credito. Ma il 52enne, che la propria quota l’ha già versata tutta, non ha la minima intenzione di pagare due volte la stessa abitazione. Né alla banca né a una società terza alla quale quest’ultima avrebbe ceduto il credito e neppure ai creditori della cooperativa.
Sul punto si attende ora una nuova pronuncia del giudice, che dopo l’udienza tenuta nei giorni scorsi si è riservato sulla decisione. Per la famiglia di Medugno è un altro inverno sulle spine. «Sono finito in una macchina perversa. Non ho mai avuto debiti - spiega il 52enne - e adesso, qualora il tribunale decidesse di mettere la casa all’asta, rischio di perderla mandando in fumo anche tutto quel che ho investito per finirla». Parole che ripongono ogni speranza in una sentenza che dovrà stabilire se la ragione spetta all’uomo o al gigante.