Si aprirà un nuovo processo per la morte del cane Balto, il labrador soppresso dal dottor Mauro Guerra nell’agosto del 2020, la cui eutanasia ritenuta non necessaria diede il via all’inchiesta che di recente ha portato alla condanna in primo grado a 4 anni e 2 mesi per il veterinario di Sant’Antonio, costandogli anche la radiazione dall’albo professionale. Imputato, questa volta, non è il medico 52enne, bensì chi quell’estate aveva il compito di accudire il quadrupede, un labrador che aveva raggiunto i 15 anni di età. Si tratta di un uomo, oggi 83enne, difeso dall’avvocato Francesco Furnari. Balto gli era stato affidato dai padroni dell’animale, l’allora direttrice del carcere di Ravenna e il marito, finiti a loro volta sotto accusa per avere concordato con Guerra la soppressione dell’animale.
Stessa vicenda, quindi, ma strade processuali distinte. Per l’anziano si era espresso con sentenza di non luogo a procedere il giudice per l’udienza preliminare Corrado Schiaretti, tanto da portare il sostituto procuratore Marilù Gattelli a presentare ricorso diretto in Cassazione, ottenendo il rinvio in Appello. Ora il tribunale bolognese ha disposto la trasmissione degli atti a Ravenna, ritenendo fondato il ricorso e valutando che il compendio probatorio meriti un approfondimento a dibattimento. Questo il motivo per cui il prossimo giugno l’anziano affronterà da solo il processo davanti al giudice Piervittorio Farinella, lo stesso magistrato che la settimana scorsa si è pronunciato con la condanna nei confronti dell’ex veterinario.
La morte di Balto
Nell’agosto del 2020 Balto aveva compiuto 15 anni. Il 19 agosto fu soppresso da Guerra. In quel periodo i padroni non erano in casa. Avevano affidato il cane alle cure dell’83enne, loro vicino. Quello stesso giorno i guaiti dell’animale portarono all’intervento di un agente della Polizia locale, che ne accertò le condizioni precarie: Balto fu trovato sofferente, lasciato solo, al caldo, senza cibo né acqua. Affamato e disidratato, stando a quanto riportato dai poliziotti, non versava in condizioni disperate quando intervenne il pronto soccorso veterinario. Contattati al telefono, i proprietari avrebbero a loro volta informato Guerra. Quest’ultimo, invece di curare l’animale lo avrebbe soppresso senza anestesia, con sorpresa degli stessi agenti intervenuti.
Da questo episodio partì la segnalazione alla Procura. Mentre da un lato venivano avviati i controlli sull’attività del dottore, facendo emergere irregolarità su uno spettro ben più ampio - dalle condizioni igieniche della clinica di Sant’Antonio, alle pratiche chirurgiche fra le quali caudotomie ed eutanasie, alla gestione di farmaci e libretti sanitari, fino all’evasione fiscale - dall’altro gli inquirenti ricostruirono la storia di Balto. Un’esistenza descritta nel capo d’accusa come costellata di sevizie protratte fin dal 2005, quando il labrador era cucciolo. Tenuto alla catena, solo, sempre all’aperto e senza cuccia, con una corda poco più lunga di un metro, i proprietari avrebbero contribuito - stando alle accuse - a fare ammalare il cane, con una patologia estesa a livello muscolare e scheletrico. Non lo avrebbero sottoposto ad alcuna terapia quando, dal 2015, i dolori si sono fatti più forti. Parte della sua vita, Balto l’avrebbe trascorsa in una stalla al buio, sfamato una volta al giorno dal conoscente dei padroni, fino all’intervento della Polizia locale. Queste le accuse di maltrattamenti, dovuti a «condotte omissive», di cui sono stati chiamati a rispondere anche l’ex direttrice della casa circondariale ravennate e il coniuge, assolti in primo grado (è ancora pendente il ricorso della Procura in appello).
E così si arriva al trattamento riservato da Guerra il 19 agosto di quell’anno. Il veterinario non avrebbe effettuato nessuna diagnosi prima di praticare la puntura letale. Fatti già trattati nel procedimento che si è concluso con la condanna del dottore. E che sono ora destinati a essere ripresi nuovamente in tribunale, citando fra le parti offese anche le associazioni animaliste.