Ravenna, dalla Regione 34 osservazioni al progetto dello stoccaggio di C02

RAVENNA - Sono 34 le osservazioni che la Regione Emilia-Romagna ha presentato al Ministero nell’ambito della procedura di Via del progetto di Carbon Capture presentato da Eni. Si tratta di richieste che toccano vari ambiti, tra cui il bilancio dei benefici sul territorio del progetto. In estrema sintesi i dubbi della Regione riguardano la provenienza dell’anidride carbonica. Il progetto prevede uno stoccaggio nei pozzi a largo dei lidi nord pari a 4 milioni di tonnellate l’anno: 1,4 milioni attraverso la rete di trasporto terrestre, ovvero le condotte sotterranee. Il resto però arriverà «attraverso il sistema logistico Ravenna Hub» situato al polo chimico: 2 milioni di tonnellate in nave, 0,3 con i treni e 0,3 con i camion. Dati che - osserva la regione - «non consentono di individuare le specifiche sorgenti emissive che alimenteranno il sistema».

In sostanza la Regione rileva che non sono stati presentati i dati dei benefici che avranno Ravenna, Ferrara e più in generale la regione da questo progetto. In pratica si chiede quali impianti industriali alimenteranno il sistema e quanta capacità di stoccaggio sarà effettivamente disponibile per le imprese locali. Nel progetto il tutto è rinviato «a sviluppi futuri» ma per i tecnici regionali non è un dettaglio che si può ignorare in questa fase: «I quantitativi, le modalità e la gestione nel tempo del conferimento della CO2 possono generare impatti ambientali che devono essere chiaramente individuati e valutati, soprattutto in rapporto al territorio su cui sono previste le nuove opere». La catena logistica non è «un aspetto di dettaglio» ma un «elemento determinante per la sostenibilità ambientale dell’opera». Considerando il carattere strategico del progetto, continua il documento, «si ritiene necessario quindi che a fronte di benefici distribuiti su scala sovra regionale e forse europea, gli impatti della fase di trasporto, ricezione, compressione, iniezione, monitoraggio e dismissione che si concentrano sul territorio emiliano romagnolo siano compiutamente valutati e mitigati». Anche perché lo stoccaggio geologico di CO2 «contribuisce alla mitigazione climatica ma non determina di per sé una riduzione degli inquinanti oggetto del Pair 2030», ovvero polveri sottili, ozono e di ossido di azoto. Inoltre l’azienda dovrà dimostrare che gli scenari di utilizzo dell’infrastruttura caratterizzati da conferimenti provenienti dall’estero o da fuori regione siano compatibili con gli obiettivi ambientali locali e non pregiudichino la disponibilità di decarbonizzazione delle attività produttive localizzate in Emilia Romagna.

Dubbi anche sulla valutazione del rischio di eventuali fughe di emissioni: la Regione rileva che il progetto riguardante l’eventuale perdita di CO2 fa riferimento alle evidenze acquisite nella fase sperimentale (la fase 1). Ma in quel caso i volumi di CO2 stoccati erano di gran lunga inferiori a quelli previsti nella fase 2. Va quindi fornito «uno specifico approfondimento tecnico». Raccogliendo anche le osservazioni del Comune di Ravenna, si chiede di quantificare le emissioni associate alle diverse fasi della filiera comprensive di cattura, trattamento, liquefazione e trasporto e la loro evoluzione nel tempo.

La documentazione presentata al ministero richiama alcuni progetti internazionali già operativi. La Regione chiede di conoscere se in queste esperienze siano state riscontrate «perdite dal giacimento, fenomeni di instabilità del fondale o altre criticità ambientali» e se «tali problematiche possano essere ragionevolmente escluse dal progetto Ravenna CCS». C’è poi la questione dei pozzi: la Regione vorrebbe un censimento completo di quelli presenti nell’area e un’analisi delle potenziali vie di migrazione della CO2 dagli stessi.

Non mancano osservazioni legate al pericolo alluvionale: alcune delle opere terrestri, e in particolare la centrale di compressione di Casal Borsetti, risultano in aree classificate come a «pericolosità idraulica elevata», altre infrastrutture interferiscono con aree a pericolosità medio-elevata. Vanno quindi approfonditi aspetti come le quote di sicurezza delle apparecchiature e dei sistemi di controllo e le modalità di funzionamento dell’impianto in condizioni di allagamento. Una questione, questa, che si lega a quella della subsidenza. Non tanto per l’impatto dell’opera sull’abbassamento di suolo, quanto per il contrario: i lidi nord sono infatti un’area ad alto rischio e, dato lo scenario di lungo periodo su cui si immagina essere operativo l’impianto, secondo la Regione «non sembra essere sviluppata una valutazione integrata delle ricadute che gli scenari evolutivi di subsidenza possono determinare sulle infrastrutture terrestri» relativamente all’innalzamento medio del livello del mare, l’aumento della frequenza di eventi meteo estremi, la progressiva risalita del cuneo salino. Considerata la fragilità dell’ambiente costiero su cui sarà collocata la centrale, «si ritiene necessario acquisire una valutazione maggiormente dettagliata della resilienza climatica».

La Regione osserva che manca uno studio specifico delle conseguenze sulla salute umana in caso di rilascio di CO2₂ e chiede simulazioni della dispersione atmosferica, individuazione delle aree interessate e misure di emergenza.

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