Dalle patate al tribunale, il passo è stato più lungo di una stagione di raccolta. Nelle campagne di Ravenna una partita di tuberi è finita al centro di una causa civile per stabilire quanto dovesse essere pagato chi aveva aiutato il proprietario di un appezzamento di 6,5 ettari nella raccolta. Ci sono voluti quattro anni, un decreto ingiuntivo e una causa civile che si è avvalsa di una consulenza tecnica per concludere che - udite udite - 60 ore di lavoro e otto giorni trascorsi alla guida di un’apposita macchina non possono ritenersi un mero scambio di manodopera a titolo gratuito tra coltivatori diretti. Già, perché proprio su questo era chiamato a esprimersi il giudice Massimo Vicini: doveva stabilire se annullare o meno il decreto ingiuntivo con il quale il proprietario del macchinario per la raccolta meccanica delle patate rivendicava il pagamento di 12.860 euro dal collega. Ai profani potrà sembrare cosa d’altri tempi, ma tra chi lavora i campi vige ancora il principio dell’«ausilio reciproco», una sorta di scambio di manodopera a titolo gratuito che consiste nel mettere a disposizione i propri mezzi agricoli e la propria forza lavoro.
Su questo puntava il proprietario del fondo di patate, che, assistito dall’avvocato Romina Magnani, ha impugnato il decreto ingiuntivo ricevuto dal tribunale ravennate a inizio 2023, pochi mesi dopo l’emissione della fattura insoluta. In aggiunta a tale argomentazione, rimarcava che il proprietario del mezzo agricolo non svolgesse attività come contoterzista, occupandosi invece di viticoltura. Quest’ultimo, assistito dall’avvocato Filippo Milandri, ha presentato nuovamente i conti al giudice, rivendicando la validità del decreto che già intimava il pagamento del lavoro svolto. A sciogliere i dubbi sulla decantata «solidarietà» fra rappresentanti del primo settore ci ha pensato il giudice. Con disincanto, il magistrato scrive che il proprietario del terreno avrebbe dovuto provare che le prestazioni eseguite dal collega fossero riconducibili a uno scambio di servizi tra piccoli imprenditori agricoli. Ma sulla quantificazione del corrispettivo passa la palla a un consulente tecnico. Ed è qui che emergono alcuni particolari: non solo rimarca che «la qualità del prodotto non era delle migliori», ma stima che «la resa per ettaro è stata davvero bassa» e «verosimilmente una tale produzione non avrà coperto i costi». Pur non essendo stato sottoscritto un contratto, l’esperto osserva che, qualora il proprietario del terreno fosse stato aiutato nella raccolta da altri, avrebbe potuto provarlo producendo le relative fatture. Invece nulla. Da qui il calcolo di quanto riconoscere all’altro coltivatore per quell’«aiuto» professionale: un totale di 60,52 ore per 162 euro l’ora. In tutto 9.804 euro riconosciuti, oltre alla condanna al pagamento delle spese legali, hanno chiuso il contenzioso a quattro anni da quella stagione difficile, raccogliendo alla fine anche il conto.