Ravenna, convivenza negata a partner irregolare: coppia vince la causa contro il Comune

Ravenna

Lui italiano, lei brasiliana irregolare sul territorio. Legati sentimentalmente dal 2020, hanno deciso di ufficializzare la loro unione. Hanno sottoscritto un contratto di convivenza, poi si sono recati in Comune per la registrazione. Qui si sono scontrati con il “no” dell’ufficio preposto. Il motivo: per l’amministrazione ravennate è necessaria una dichiarazione anagrafica da parte della donna, impossibile poiché non è in possesso di un valido titolo di soggiorno. Così i due hanno impugnato il diniego. La causa civile gli ha dato ragione con una sentenza vergata dal giudice Elena Orlandi che rappresenta a Ravenna una delle prime pronunce in materia.

La battaglia legale intentata dalla coppia, assistita dalle avvocate Elisabetta Lugli e Maria Ludovica Pistoni, nasce dal rigetto dell’istanza da parte del Comune bizantino, che di fatto avrebbe precluso ai due di beneficiare di particolari diritti come per esempio la possibilità di regolamentare gli aspetti patrimoniali della vita comune o definire la gestione delle spese, l’uso della casa, e la separazione dei beni in caso di rottura. L’atto viene stipulato tramite scrittura privata e autenticata dall’avvocato, ma per avere efficacia dev’essere registrato appunto in Comune.

E’ qui che tuttavia si inserisce la linea finora tenuta da Palazzo Merlato, assistito nella causa in questione dalle avvocate Alessandra Ponseggi e Francesca Claudi. L’interpretazione tenuta si allineava a quella di una circolare del Ministero dell’Interno sulle registrazioni anagrafiche dei contratti di convivenza, secondo cui, qualora uno dei conviventi sia cittadino straniero irregolare, la registrazione non può essere disposta. La norma di riferimento è la legge Cirinnà del 2016, che richiede che per la registrazione venga effettivamente dimostrata una stabile convivenza, con riferimenti anche alla dichiarazione anagrafica, appunto. Ma il giudice sul punto parla chiaro: il documento rilasciato dall’anagrafe è «solo uno strumento di agevolazione probatoria» e in sua mancanza, «non è precluso alle parti» dimostrare «con gli ordinari mezzi di prova» il fatto di vivere sotto lo stesso tetto.

Ci ha pensato un vicino di casa a spiegare al tribunale che da anni, effettivamente, i due erano una presenza fissa, tanto da chiamarli «dirimpettai», quotidianamente visti uscire «sia singolarmente che in coppia».

Il giudice cita anche norme comunitarie, fra le quali la convenzione europea dei diritti dell’uomo che prevede che “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare...” e che “non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto”.

Per il Comune, invece, la registrazione del contratto sarebbe stata in contrasto con il Testo unico sull’immigrazione. Legge che, tuttavia, secondo il magistrato non si applica alle unioni, formalizzate o di fatto qualora un membro della coppia sia un cittadino dell’Unione europea. Si erano già espressi in questo senso altri tribunali italiani. Per Ravenna è il caso zero, destinato a fare chiarezza sul tema, così come conclude il giudice: con una convivenza stabile provata, il contratto è valido e «dev’essere ordinato al Sindaco di procedere a registrarlo».

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