Progetti carenti, lavori eseguiti male e controlli omessi. Sarebbero queste, secondo i periti nominati dal tribunale, le cause del crollo della chiusa San Bartolo sul Ronco, tragedia avvenuta il 25 ottobre 2018 e costata la vita a Danilo Zavatta, tecnico 52enne della Protezione civile. Nel processo per omicidio colposo e crollo colposo di costruzioni, che vede nove imputati tra progettisti, tecnici e dirigenti, ieri in aula il pm Lucrezia Ciriello ha ripercorso le conclusioni dei consulenti Luca Pagano e Domenico Pianese. Per gli esperti il cedimento fu provocato da un fenomeno di sifonamento ed erosione causato dalla realizzazione della centrale idroelettrica e dagli scavi eseguiti per costruirla. «Cose che un qualsiasi studente al terzo anno saprebbe», hanno detto i periti, parlando di errori basilari di ingegneria idraulica. Contestate l’assenza di studi sul sottosuolo, le scelte progettuali ritenute inadeguate e la mancata predisposizione di misure di sicurezza durante il sopralluogo in cui morì Zavatta.
Come detto, sono nove gli imputati provenienti da tutta la Romagna (tra cui il santarcangiolese Mauro Vannoni, responsabile pro tempore dell’Area Romagna per la protezione civile, e il riminese Davide Sormani dell’Agenzia per la sicurezza territoriale e la protezione civile che firmò il parere favorevole) ma anche da fuori regione, fra tecnici, progettisti della centrale crollata e alcuni dirigenti della Protezione civile all’epoca dei fatti colleghi e superiori della vittima, per i quali il procedimento penale iniziato nell’aprile del 2022 si avvia verso la conclusione, dopo un dibattimento durato 4 anni.