Svolta sull’inchiesta sulle alluvioni che hanno ferito la provincia di Ravenna nel maggio 2023 e nel settembre 2024. Nella mattinata di oggi, i Carabinieri di Ravenna e il Nipaaf (Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale, Agroalimentare e Forestale) hanno notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di 14 persone. L’inchiesta, coordinata dalla Procura della Repubblica di Ravenna, punta a fare luce sulle cause delle esondazioni che hanno devastato in particolare il territorio di Faenza e il bacino del fiume Senio. Per gli indagati le accuse, contestate in cooperazione colposa, sono pesanti: disastro colposo e reato di pericolo. Nel registro della Procura sono iscritti dirigenti e funzionari comunali, regionali, esponenti della Protezione Civile, tecnici progettisti e amministratori delle ditte coinvolte nelle opere di gestione del territorio.
Ravenna, chiusa l’inchiesta sulle alluvioni 2023 e 2024, in 14 verso il giudizio: “Gravi inefficienze e negligenze”
La perizia del Politecnico: “Grave catena di omissioni”
A sorreggere l’impianto accusatorio della Procura ravennate ci sono gli esiti di specifiche consulenze tecniche affidate a docenti del Politecnico di Milano. Secondo gli esperti e i magistrati, il disastro si sarebbe potuto evitare: gli indagati avrebbero infatti cagionato o comunque non impedito le alluvioni a causa di una «lunghissima e perdurante catena di gravi negligenze, inefficienze burocratiche e omissioni». Il nodo centrale delle accuse riguarda la mancata realizzazione del sistema di casse di espansione sul fiume Senio, un’opera classificata come strategica ai fini della tutela del territorio fin dal 2005.
Le accuse: dai fondi persi ai cantieri troppo lenti
I fatti contestati dagli inquirenti si articolano su diversi livelli di responsabilità, che toccano sia la macchina pubblica sia il settore privato. Vengono contestate gravi carenze in fase di progettazione, oltre a irregolarità urbanistiche e amministrative a livello locale che hanno pesantemente rallentato i cantieri.
Sotto la lente anche le inadempienze esecutive da parte delle ditte incaricate delle attività estrattive. Ma il dato più eclatante delle accuse riguarda l’immobilismo istituzionale: un’omissione che ha impedito di utilizzare oltre 10 milioni di euro di fondi statali che erano già disponibili per i lavori. La Procura contesta infine la mancata messa in sicurezza dopo la prima emergenza del maggio 2023. Secondo le indagini, non sarebbero state adottate le necessarie misure di somma urgenza; al contrario, le risorse pubbliche sarebbero state disperse in nuovi incarichi e in opere di ripristino che si sono rivelate del tutto inadeguate a fronteggiare le successive piene del 2024.