Ravenna, caso Cpr, Cocco ai medici dopo la perquisizione: “Porteremo il caso in Parlamento”

I medici indagati per i certificati di inidoneità ai Cpr ritenuti falsi hanno continuato a scriversi anche dopo la perquisizione della polizia avvenuta nel reparto di Malattie infettive il 12 febbraio. Già la mattina successiva, uno fra i primi a interessarsi all’indagine è stato il referente della Società Italiana Medicina delle Migrazioni, Nicola Cocco. Ha scritto a una delle dottoresse sotto inchiesta offrendo assistenza legale e promettendo aiuto politico. Un sostegno che a tutti gli effetti non è mancato, considerato quanto accaduto di lì a pochi giorni: prima un partecipato flash mob al “Santa Maria delle Croci”, poi un’interrogazione parlamentare a firma della deputata ravennate Ouidad Bakkali, di area Pd.

La Simm: «Vi aiuteremo»

Sono le 8.09 di mattina del 13 febbraio quando Cocco (che non risulta essere stato raggiunto da alcun avviso di garanzia) scrive all’interlocutrice che fino a quel momento lo aveva tenuto aggiornato sul numero degli stranieri irregolari certificati come non idonei ai centri di permanenza per il rimpatrio. “Mi spiace per quello che sta accadendo e vi sono accanto, faremo di tutto per aiutarvi”. La dottoressa è la stessa che aveva accolto l’invito dell’infettivologo della Simm a inviare le certificazioni di inidoneità per tenere una “mappatura”. Si sente nel mirino e risponde subito, informandolo sui passi che avrebbe compiuto: “Oggi parlo con il mio avvocato e poi ti aggiorno, è un incubo ad occhi aperti”.

«Facciamo l’appello»

Trascorrono due ore e Cocco torna a scrivere: “Se per voi va bene noi procediamo con l’appello, come ti dicevo riusciremmo ad avere a brevissimo anche interrogazioni parlamentari sull’accaduto”. E’ proprio quel che accade in meno di tre giorni. Si aprono due filoni, quello della protesta allargata a tutta la città, e quello della politica. La prima trova un ampio riscontro; il 13 febbraio, in cima alla scalinata che porta all’ingresso dell’ospedale vecchio sfilano cartelli di solidarietà mostrati da medici, infermieri e cittadini. Uno su tutti, «Siamo sanitari, non gangster», sintetizza le rimostranze sulla perquisizione, criticandone nel modalità.

Nessuna fra le circa 200 persone presenti era ancora a conoscenza del contenuto delle chat intercorse tra gli 8 operatori indagati e la Simm fin dalla primavera del 2024, né dei riscontri investigativi che hanno portato i pm Daniele Barberini e Angela Scorza a chiedere nei confronti di tutti la sospensione per un anno. Sulla misura interdittiva dovrà ora esprimersi il giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek al termine dell’interrogatorio preventivo fissato per domani.

Coinvolgeremo il Parlamento

In quei giorni di fermento, tuttavia, del fascicolo si sapeva poco o nulla. Non sono però mancate le esternazioni politiche che hanno polarizzato l’inchiesta a seconda della posizione favorevole o critica verso il sistema della detenzione amministrativa finalizzata al rimpatrio degli stranieri destinatari di decreto di espulsione.

Tra gli organizzatori una nutrita frangia riconducibile all’orbita dem: l’oncologo Marco Montanari - ex capogruppo in Consiglio - e la coordinatrice infermieristica Petia Di Lorenzo, attualmente consigliera e presidente della commissione II Sanità, accanto alla collega cardiologa Federica Giannotti.

Tra i partecipanti c’era anche la deputata Ouidad Bakkali, che il giorno stesso avrebbe effettivamente dato seguito a quanto promesso da Cocco a una delle dottoresse indagate presentando un’interrogazione parlamentare sul caso e criticando le parole del ministro Matteo Salvini che “a caldo” aveva chiesto «licenziamento, radiazione e arresto». Sempre Cocco, il giorno successivo alla perquisizione chiude la conversazione con l’infettivologa ravennate offrendo consulenza legale a lei e ai colleghi: “Ps: ho sentito il nostro avvocato penalista di fiducia... se volete è a disposizione”.

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui