RAVENNA - La proliferazione del botulino nella Valle della Canna che tra settembre e ottobre del 2019 causò la morte di oltre 2mila esemplari di volatili e anatidi dimezzandone la presenza nella zona umida a nord di Ravenna, fu un evento «riconducibile a una serie di fattori concomitanti». Ma in quella “strage” non fu commesso alcun reato. Di certo la scarsa ossigenazione e il basso livello delle acque diedero il colpo di grazia, portando allo sviluppo del batterio in un ambiente già caratterizzato da «decenni di gestioni non svolte con la dovuta diligenza», oltre a «degrado ambientale» e mutamento climatico. Criticità tuttavia non riconducibili ai due indagati. Queste le ragioni che hanno portato la Procura a chiedere l’archiviazione per l’ex direttrice del Parco regionale del Delta del Po e l’ex dirigente del Servizio tutela ambiente e territorio del Comune di Ravenna, indagati per inquinamento colposo. Richiesta ora giunta al decreto di archiviazione a firma del gip Federica Lipovscek. Era il 5 settembre di sei anni fa quando nella Valle Mandriole iniziarono a comparire le prime carcasse. Sette anatre morte furono prelevate dall’associazione Amici degli animali e fatte analizzare all’istituto zooprofilattico di Forlì. Già allora fu chiara la correlazione con il batterio. Era il presagio di quanto sarebbe accaduto un mese più tardi. Il 2 ottobre successivo la morìa era tale che l’intervento dei carabinieri forestali portò inevitabilmente all’apertura di un fascicolo in Procura.
L’indagine, passata in mano al sostituto procuratore Stefano Stargiotti, ha inizialmente circoscritto il campo degli enti coinvolti: il Demanio idrico regionale, proprietario per il 90%, e l’Ente Parco, oltre al Comune di Ravenna, proprietario di una porzione più ridotta. Tra i loro doveri, l’impegno a garantire la corretta circolazione delle acque, e la programmazione stagionale dei livelli idrici. Già a settembre le analisi delle prime carcasse avrebbero dovuto attivare un intervento. Tuttavia, rimarca il pubblico ministero, nessuno avvisò gli enti preposti, lasciandoli all’oscuro di un’informazione che «certamente avrebbe potuto consentire un intervento più tempestivo» che avrebbe evitato il disastro. La «mancanza di procedure formalizzate» riguardo i rapporti fra associazione e Istituto zooprofilattico, non consentirebbe inoltre di attribuire precise responsabilità.
Le difese degli imputati - gli avvocati Aldo Savoi Colombis per l’ex direttrice del Parco e Ermanno Cicognani per l’allora dirigente comunale - hanno a loro volta prodotto memorie difensive, evidenziando la presenza di «problemi strutturali preesistenti»: fra questi il malfunzionamento di un sifone e l’interruzione dell’erogazione dell’acqua dalla canalina “ex Anic”. Criticità idrauliche che la Procura attribuisce sia a «fattori esterni» come la «carenza di fondi pubblici» ma anche ad «anni (decenni) di gestioni non svolte con la dovuta diligenza», coinvolgendo «molteplici organismi».
Quanto agli indagati, «hanno prontamente coordinato l’attivazione della procedura d’emergenza appena la moria di fauna selvatica si è presentata in tutta la sua drammaticità». E’ stato necessario immettere circa 500mila mq di acqua per ripristinare l’equilibrio dell’habitat. In questo modo è stato contenuto il danno ambientale che si è manifestato «in maniera transitoria», così come documentato successivamente dalle analisi tecniche dell’Istituto Zooprofilattico e Ispra. Il giudice ha infine escluso fra le potenziali parti offese coloro che hanno a suo tempo depositato esposti e denunce. Associazioni venatorie e ambientaliste, consiglieri comunali e il Codacons. Nessuna opposizione quindi alla richiesta di archiviazione. E ora il decreto mette fine al caso della “strage” alla Valle della Canna.