RAVENNA - Una dottoressa “che sta avendo dei problemi” per le delucidazioni chieste dalla polizia su una certificazione ottiene il numero di Nicola Cocco, infettivologo della Simm (Società italiana medicina delle migrazioni). I due si sentono e dopo alcune ore il medico - che al momento non risulta fra gli indagati - scrive sollevato alla collega dell’ospedale ravennate che lo aveva messo in contatto con l’altra professionista: “Gli facciamo il c... a ‘sti sbirri maledetti”. E’ solo uno dei tanti passaggi che continuano ad emergere dall’analisi di pc, cellulari e intercettazioni ambientali degli 8 medici di Malattie infettive al centro dell’inchiesta della Procura di Ravenna (titolari del fascicolo il procuratore capo Daniele Barberini e il sostituto Angela Scorza): oltre al falso ideologico in concorso continuato, i professionisti devono rispondere anche di interruzione di pubblico servizio, perché redigendo quegli atti ispirati più da convinzioni politico-ideologiche che da evidenze medico-sanitarie - così sospettano gli inquirenti - avrebbero di fatto impedito agli agenti della polizia di Stato di procedere all’espulsione dei soggetti irregolari, sottraendo inoltre le forze dell’ordine ad eventuali impegni più pressanti. Gli 8 medici avrebbero dovuto presentarsi ieri mattina davanti alla giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek per sottoporsi agli interrogatori, ma i loro avvocati - i legali Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco e Maria Virgilio - hanno chiesto tempo per studiare più approfonditamente le carte dell’inchiesta, ottenendo un rinvio al prossimo 12 marzo.
Carte nelle quali il nome di Cocco - il medico noto a livello nazionale per la critica al sistema dei Centri di permanenza per il rimpatrio - ricorre in più occasioni, con le sue idee e i suoi articoli che vengono condivisi nelle chat di gruppo. E, non di rado, viene interpellato dagli indagati, che talora gli segnalano l’emissione dei certificati di non idoneità al Cpr: materiale utile, si scopre tra le righe delle intercettazioni, per una non meglio precisata operazione di “mappatura”.
Sono diversi, poi, i punti in cui le posizioni politiche dei medici indagati sembrano entrare a gamba tesa nelle discussioni tra colleghi, tra chi rivendica, con annesso cuoricino rosso, di essere “anarchica e antagonista”, chi litiga con un superiore perché “oggi non me la sono sentita di fare sto certificato a un migrante” e chi sottolinea la delicatezza della questione in quanto “molto dipende dal pensiero politico”.
Nella lista di documenti all’attenzione degli inquirenti spunta anche la mail di un medico - uno dei tre di Malattie infettive considerati estranei alle vicende contestate - che esprime a una delle dottoresse oggi indagate il proprio disappunto per le modalità di rilascio delle attestazioni di non idoneità. É il maggio del 2024 e più di un anno dopo, il 10 luglio del 2025, la Questura chiede approfondimenti sulla non idoneità certificata per un uomo destinato al Cpr di Bari. Sono gli albori dell’indagine (“la polizia mi tampina, è un incubo”) e le chat dei medici si accendono, con “l’urgenza” di contattare Cocco. E i consigli tra colleghi corrono sui cellulari: “Utilizzare moderazione e lucidità in queste situazioni è fondamentale”, “Ho bisogno di non fare passi falsi”. Fino a che l’infettivologo della Simm non arriva a tranquillizzare via messaggio: “Gli facciamo il culo a ‘sti sbirri maledetti”. E la reazione della dottoressa è un pollice alzato di approvazione.