Oltre 225 tonnellate di materiale bellico, per la precisione 225.160 chili, sono partite dal porto di Ravenna nel 2025. I dati dell’Agenzia delle Dogane, ottenuti dopo un lungo contenzioso giudiziario dalla giornalista e attivista Linda Maggiori e dal suo legale Andrea Maestri, riaccendono il dibattito sul transito di armi nello scalo ravennate. Una vicenda che è arrivata anche in commissione consiliare, con la discussione della petizione promossa da Potere al Popolo e sottoscritta da 400 cittadini per chiedere maggiore trasparenza, controlli sui materiali d’armamento e sulle merci cosiddette dual use, utilizzabili sia per scopi civili sia militari.
I numeri riguardano il 2025 e si riferiscono alle dichiarazioni doganali di esportazione presentate presso altre Dogane: si tratta, in sostanza, di merci imbarcate a Ravenna e destinate a Paesi extra Ue. Secondo il Coordinamento popolare contro il traffico di armi, gli sdoganamenti sarebbero avvenuti nei Paesi europei produttori, come Repubblica Ceca e Ungheria, che avrebbero utilizzato Ravenna come porto di uscita. Gli attivisti ritengono che la destinazione fosse con ogni probabilità Israele, ma i dati ufficiali non consentono di conoscere i Paesi destinatari, coperti da segreto.
Un altro elemento evidenziato dal Coordinamento riguarda la distribuzione temporale dei transiti: i dati registrano partenze di materiale bellico nei primi otto mesi del 2025, mentre nell’ultimo quadrimestre le cifre risultano pari a zero. Un periodo che coincide con le grandi mobilitazioni di piazza e portuali contro il traffico di armi.
La questione era già finita sotto la lente della magistratura nel marzo 2025, quando vennero sequestrate 14 tonnellate di materiale classificato come «manovelle, lamiere, bracci, cilindri». La commessa, del valore di 250mila euro, era destinata ad Haifa, in Israele, per IMI Systems Ltd, azienda attiva nella produzione di armi e sistemi militari. Il sequestro preventivo alla partenza fu disposto per una presunta violazione della normativa che regola il commercio e l’esportazione di materiale bellico.
Ora Maestri punta a un approfondimento dell’inchiesta. «Questa mattina (ieri, ndr) ho depositato in Procura nuovi documenti a sostegno dell’esposto penale presentato nel settembre 2025», ha dichiarato il legale, chiedendo che vengano accertate eventuali responsabilità. Al centro della contestazione c’è la legge 185 del 1990, che disciplina l’esportazione e il transito di armamenti e ne vieta determinate operazioni verso Paesi responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale. Maggiori, dal canto suo, teme che nel 2026 una parte dei traffici possa essersi spostata sulle merci dual use, più difficili da identificare come materiale militare, e chiede di acquisire anche i dati relativi a questi prodotti.
Sul fronte politico, la petizione di Potere al Popolo, illustrata in commissione dalla prima firmataria Marisa Iannucci, chiede al Comune di intervenire sul piano della trasparenza e dei controlli. Tra le proposte figurano la creazione di un tavolo istituzionale con le autorità competenti, approfondimenti sulla partecipazione dell’Autorità di Sistema Portuale al progetto europeo UnderSec e iniziative attraverso Ravenna Holding nei confronti di Sapir per la pubblicazione periodica di dati aggregati sulle merci sensibili. I promotori chiedono inoltre di verificare se i transiti siano stati eventualmente dirottati verso altri porti.
Il confronto in aula ha fatto emergere posizioni distanti. Alberto Ancarani, consigliere di Forza Italia, ha contestato l’iniziativa, sostenendo che la petizione rappresenti soprattutto un contrasto interno alla sinistra e rivendicando il ruolo di Israele come presidio democratico in Medio Oriente. Di segno diverso l’intervento di Alvaro Ancisi, che si è detto disponibile a portare i contenuti della petizione in consiglio comunale attraverso un atto di indirizzo, riconoscendo la necessità che la richiesta di tenere la guerra fuori dal porto riceva una risposta.
I consiglieri di Fratelli d’Italia Falco Caponegro e Renato Esposito si sono espressi contro la petizione, così come Veronica Verlicchi, de La Pigna, che ha contestato l’uso della sede comunale per portare avanti una battaglia ideologica. Nicola Staloni, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha condiviso l’impianto dell’iniziativa, richiamando però le possibili ricadute occupazionali di un’interruzione dei collegamenti con Israele limitata al solo porto ravennate. Per Domenico Antonio Esposito, del Pd, nel dibattito è stato ribaltato il quadro del conflitto, con Israele presentato come vittima nonostante le migliaia di bambini palestinesi morti.
La mobilitazione intanto prosegue. Per il 27 ottobre Cambiare Rotta ha annunciato un presidio davanti a Palazzo Corradini, mentre il 30 ottobre Ravenna aderirà alla giornata mondiale di mobilitazione dei porti contro la guerra, con Usb e Coordinamento popolare contro il traffico di armi insieme ad associazioni e collettivi. Gli organizzatori annunciano adesioni in crescita e una partecipazione che coinvolgerà anche portuali, studenti, agricoltori e autotrasportatori.