Ha retto anche in secondo grado l’impianto accusatorio del processo “Radici”, l’indagine che ha svelato le infiltrazioni e gli investimenti illeciti della ‘ndrangheta calabrese nel settore alberghiero e della ristorazione tra la Riviera romagnola e l’imolese. La Corte d’Appello di Bologna, presieduta dalla giudice Anna Mori, ha sostanzialmente confermato il verdetto emesso in primo grado dal Tribunale di Ravenna a inizio 2025, che aveva inflitto 21 condanne per quasi un secolo complessivo di carcere. I giudici bolognesi hanno concesso solo alcune assoluzioni parziali per specifici capi d’imputazione, modeste riduzioni di pena e un ridimensionamento delle provvisionali destinate ai Comuni costituitisi parte civile, ovvero Cervia, Cesenatico, Bagnacavallo e Imola.
A tenere l’urto del secondo grado di giudizio è stata soprattutto l’accusa di associazione a delinquere con l’aggravante del metodo mafioso. Una decisione importante, poiché riconosce il reato anche in assenza di una struttura criminale radicata stabilmente sul territorio. L’operazione, scattata nel 2022 sotto il coordinamento della Dda di Bologna, aveva portato all’arresto di 23 persone e a sequestri per 30 milioni di euro, portando a galla un sistema pervasivo fatto di estorsioni, illeciti finanziari, caporalato e un pesante sfruttamento dei lavoratori. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la cosca colonizzava il territorio acquistando rapidamente hotel, pasticcerie e ristoranti, per poi svuotarli attraverso operazioni opache e destinarli al fallimento.