RAVENNA - E’ uscito dal carcere. E questa volta non c’è stato verso di evitare il Cpr di Bari. A dire il vero, per un 20enne di nazionalità tunisina finito in cella nel blitz antidroga dello scorso febbraio tra giardini Speyer e stazione, il trasferimento a un centro di permanenza per il rimpatrio era già stato disposto sul finire del 2025. Ma all’ospedale di Ravenna la visita medica per verificare che le sue condizioni di salute fossero compatibili con la detenzione amministrativa aveva dato esito negativo. Lo aveva messo nero su bianco il 2 dicembre una dottoressa fra gli 8 infettivologi ravennati ora indagati per i falsi certificati “anti-Cpr”. Così il ragazzo era tornato in strada a fare quel che faceva prima: piazzare piccole dosi droga alle porte del liceo classico e di ragioneria. Perché scampare a un Cpr non basta da solo a tenerti lontano dal sottobosco dello spaccio e da una vita di espedienti. Così, scampata l’espulsione e soprattutto l’attesa in un centro di trattenimento, il 20enne è finito invece in carcere a Ravenna tre mesi più tardi, dov’è rimasto per qualche giorno prima di uscire con un divieto di dimora in provincia... violato. E ancora carcere. è tornato libero sabato scorso. Giusto un attimo, prima del viaggio forzato fino a Bari, dove lo attende la convalida del decreto di espulsione.
La sua è una delle numerose storie contenute nell’inchiesta della Procura di Ravenna, che riguarda non solo gli 8 dottori del Santa Maria delle Croci accusati di falso ideologico, ma anche il dottor Nicola Cocco, referente della Simm (Società italiana medicina delle migrazioni), indagato insieme a tre delle infettivologhe del reparto ravennate per associazione per delinquere. L’ipotesi è che abbiano esteso a livello nazionale una rete dedita al boicottaggio del sistema dei centri per i rimpatri.
Proprio su quella visita di inizio dicembre si addentra parte degli atti dell’inchiesta condotta dalla Squadra mobile e coordinata dal sostituto procuratore Angela Scorza. Quel giorno lo straniero fu sottoposto a radiografia al torace e analisi del sangue: esito negativo, valori tutti nella norma. Eppure il medico ritenne di non avere elementi sufficienti per poter escludere patologie croniche, rilasciando parere negativo alla compatibilità alla vita in comunità ristretta.
Nell’inchiesta acquista un peso significativo la conversazione avvenuta circa un’ora prima della visita tra la dottoressa indagata e una collega. “Se è tutto negativo cosa ce lo mandi qui a fare”, afferma. Nel dialogo captato dalla polizia le due infettivologhe parlano di chiarimenti chiesti “alla riunione”, perché - continua una - “avevo anche proposto di dire, ragazzi, cioè, dove sta scritto che dobbiamo vederli noi?”. E riportano la risposta di un’altra delle sanitarie indagate, “ah no, è importante che li vediamo noi perché così noi gli neghiamo il...ehm l’autorizzazione invece altri non so se la rischiano”. Il confronto continua e finisce con la ricerca nel sistema informatico del modulo prestampato per dichiarare l’inidoneità, quello fatto circolare tra i medici aderenti alla campagna “Mai più lager - No ai Cpr”, la cui trasmissione alla questura ha innescato i primi sospetti. “Come si potrebbe chiamare questo? Detenuti ... modulo ...micellanea reparto”.
Trascorsa un’ora lo straniero entra in stanza per uscirne con un certificato di inidoneità che il giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek ha già ritenuto falso nell’ordinanza che ha sospeso per 10 mesi tre dottoresse dall’esercizio della professione sanitaria e le restanti cinque dalla attività di certificazione. Quanto al 20enne, in quello stesso mese di libertà la polizia lo ha beccato spacciare ben otto volte. Da Bari, la convalida dell’espulsione attesa per i prossimi giorni (lo tutela l’avvocato Giovanna La Mela) dovrà nel frattempo valutare anche l’istanza di protezione internaziona