Gardini e la telefonata misteriosa. «Eliminarlo è stato facile»

RAVENNA. Domani saranno 25 anni esatti. Il 23 luglio, il giorno del Patrono di Ravenna, la mattina in cui Raul Gardini estrasse una Walter PPK dal suo comodino, la puntò verso se stesso e mise fine a una vita da leader. Per il “corsaro” della chimica, che aveva sfidato il salotto buono dell’imprenditoria italiana e la politica tutta, quel 23 luglio di venticinque anni fa non era affatto un giorno come tutti gli altri. Due appuntamenti si trovavano nella sua agenda. Nella tarda mattinata avrebbe preso parte ai funerali di Gabriele Cagliari, l’allora presidente dell’Eni che tre giorni prima si era suicidato con un sacchetto in testa nel carcere di San Vittore a Milano.

Una morte violenta quella del numero uno dell’Ente nazionale idrocarburi, ma di protesta. Un grido contro il pool di Mani Pulite e la misura del carcere preventivo, utilizzato per far confessare le menti delle tangenti alla politica che i magistrati Di Pietro, Davigo, Colombo e Greco stavano cercando.

La morte

A metà pomeriggio, in una caserma milanese, l’imprenditore ravennate sarebbe invece dovuto comparire proprio davanti ai pm, per il primo interrogatorio su quella che verrà poi definita la madre di tutte le tangenti: il caso Enimont. Ma a quei due appuntamenti, già lo sappiamo, Raul Gardini non andrà mai. Il suo corpo senza vita, dicono le indagini di allora, venne trovato verso le 8.30 dal maggiordomo di palazzo Belgioioso, che subito svegliò il figlio Ivan per dirgli dell’accaduto. Da qui in poi fu quasi solo confusione. Un rimbalzarsi di colpe che ancora oggi alcuni ritengano sia esplicativo di un suicidio quanto meno “misterioso”. I barellieri che portarono via il corpo di Gardini ritenendo che fosse ancora vivo, ma assicurarono agli inquirenti di non aver toccato la pistola. Maggiordomo e segretaria che diedero orari contrastanti sulla vicenda. La polizia che addirittura venne mandata nel posto sbagliato.

L’inquietante intercettazione

La morte di Raul Gardini venne archiviata dopo due anni come suicidio. Questa è la verità giudiziaria e non c’è motivo per metterla in discussione. Tuttavia oggi il Corriere Romagna è in grado di dare conto di un’intercettazione fortuita fino ad ora sconosciuta. È il 9 febbraio del 1994. L’imprenditore ravennate è morto da quasi sette mesi e il figlio Ivan ha preso il suo posto alla guida della Gardini spa. Una casalinga di Padova, L.A., alza la cornetta del telefono di casa per fare una chiamata. Da mesi sta segnalando alla società telefonica di avere un problema con la linea, dato che spesso le sue telefonate si bloccano e sente delle interferenze con altre chiamate. Quello che sente quella mattina è però da brividi e la fa scattare in piedi per dirigersi in questura. Una donna e due uomini stanno parlando, quando a un certo punto la donna afferma: «Eliminare Gardini è stato facile, per il figlio sarà un gioco da ragazzi». Domanda a cui uno dei due uomini risponde: «È già tutto pronto». Non è ovviamente chiaro se il senso di quel “eliminare” sia da attribuirsi a un contesto imprenditoriale o addirittura fisico.

Sentendo quei cognomi la donna capisce la gravità e corre alla polizia per denunciare il fatto. L.A. è deceduta nel 2007, ma la figlia ricorda benissimo quella telefonata. «Mia madre parlò poche volte a noi figli di questo episodio, perché si rendeva conto della gravità di quanto avesse sentito. Ricordo che era un periodo in cui, purtroppo, quando usavamo il telefono sentivamo delle interferenze. Ma, chissà perché, dopo che mia madre fece quella denuncia ci sistemarono subito il problema».

Ad oggi non è ancora chiaro se siano state fatte indagini su quella interferenza, il cui contenuto se fosse vero potrebbe riscrivere un pezzo importante della storia d’Italia. La questura di Ravenna, come risulta da una nota di servizio di quei giorni, tuttavia la ritenne abbastanza credibile da organizzare in tempi strettissimi un’intensificazione dei controlli fuori dalle abitazioni di Ivan Gardini.

A questo si aggiunge un altro elemento inedito, raccontato dal capo delle guardie di sicurezza di Gardini, l’amico Leo Porcari. Si tratta delle telecamere di video sorveglianza che vennero fatte installare in tutto Palazzo Belgioioso. «Le installò una ditta di Venezia che le aveva messe anche a Cà Dario – racconta Porcari –, ma guarda caso quella mattina erano state spente. Perché?». La domanda forse non troverà mai risposta.

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