«Sono diventata il suo punchball su cui sfogarsi. Quello che sto vivendo con mia madre però non è la mia storia. Ma è quella di molti figli che si occupano a loro spese dei familiari non più autosufficienti». A parlare è Deborah Gambetta, una scrittrice di Massa Lombarda che vive a Torino da 10 anni. Tre anni fa a sua madre è stata diagnosticata la demenza vascolare e da quel momento lei se ne occupa senza però risiedere stabilmente con lei in provincia di Ravenna. La scrittrice nei giorni scorsi ha raccontato la situazione in un lungo post su Facebook che è stato molto condiviso e commentato, testimonianza del fatto che leproblematiche dei caregiver, il termine con cui si definisce chi si occupa di anziani malati, sono più sentite di quanto non suggerisca il dibattito pubblico.
La scrittrice ravennate: «Mia mamma malata. Io non ho una vita, sistema al collasso»
Deborah, come le è cambiata la vita dalla diagnosi?
«Sarò brutale: non ho più una vita. La situazione è peggiorata a metà luglio quando mia mamma è stata portata in ospedale con la pressione alle stelle. Sono scesa a Massa Lombarda e mi sono ritrovata agli arresti domiciliari. Non potevo uscire un minuto perché lei non dà più retta e vuole che stia sempre con lei».
Com’era sua mamma prima?
«È sempre stata una donna indipendente, poi ha avuto uno sbalzo pressorio. Mi diceva che era confusa e aveva la mente annebbiata. Da lì è cominciato un progressivo inasprimento delle sue condizioni fino a perdere la memoria a breve termine e diventare non più autosufficiente. Con la demenza è peggiorata anche di carattere».
L’assistenza è tutta a suo carico?
«Io non ho un reddito mensile e per pagare le spese, finora avevo due badanti in regola che accudivano mia mamma, uso la sua pensione e poi attingo dai miei risparmi. Quando non basterà più dovrò mettere le mani sulla sua unica proprietà, la casa, e pensare di affittarla o venderla. La mia situazione è però particolare: io non ho una famiglia da mantenere. Se l’avessi, sarebbe impensabile coprire tutte le spese con la sola pensione di un anziano. E il sistema non ti aiuta: ad aprile di quest’anno avevo fatto richiesta per l’assegno di cura. Mi hanno risposto che ci vorrà tempo perché stanno guardando ancora le pratiche del 2025».
Hai provato con le Rsa?
«Le Rsa pubbliche si contano sulle dita di una mano. La maggior parte sono private e chiedono una retta mensile da un minimo di 2000 euro ad un massimo di 4000. Poi mia mamma ha una patologia per cui non tutte le strutture possono assisterla. Io ho telefonato a qualunque struttura della zona e sono riuscita a trovare un posto. Lei è lì da poco tempo, ma la sento già migliorata».
Come sarà la situazione con l’invecchiamento demografico?
«Il sistema non potrà che collassare. Secondo l’Istat, nel 2050 gli anziani saranno il 34% della popolazione, oggi siamo al 25%. La problematica non in agenda politica, questo significa che non se ne discute in termini di investimento di fondi e di programmazione. Non è che dall’oggi al domani cambi un sistema così radicato, ma al momento la politica non si pone nemmeno il problema».