A Faenza, dal 2000, gli studi di vulnerabilità del Piano di Assetto Idrogeologico inquadravano le aree urbane a ridosso del fiume Lamone e del Torrente Marzeno come “zone esposte a rischio esondazione”. Bisognava intervenire, e in fretta. Nel 2010 quel pericolo imminente è scomparso, sulla carta. E le zone da bollino rosso sono state classificate come “aree bianche”, tranquillamente edificabili. Nessun vincolo quindi a cantieri e ditte edili che per i successivi 13 anni sono andati avanti indisturbati. Finché, nel maggio del 2023, con l’avanzare dell’acqua fra le case, quell’area bianca ha svelato la vera natura del territorio.
L’inchiesta della Procura di Ravenna sulle tre alluvioni che travolsero la città manfreda, tra le 14 posizioni al centro dell’indagine individua una figura responsabile di quello che col senno di poi sembra un paradosso urbanistico. E’ il dirigente del settore Territorio del Comune di Faenza, rimasto in carica dal 1994 al 2019, poi sostituito da un collega fino al 2023 e a sua volta indagato. Secondo l’accusa avrebbe dato parere favorevole di regolarità tecnica sulla proposta di deliberazione del Consiglio Comunale del 22 gennaio del 2010. Il via libera attestava la conformità urbanistica e idraulica, andando a sconfessare la Pianificazione di bacino del 2000. Per l’indagine coordinata dai pm Daniele Barberini e Francesco Coco, il dirigente avrebbe omesso di segnalare una “macroscopica quanto pericolosa discrepanza tra gli studi di vulnerabilità del Pai” e la Tavola cartografica comunale da lui stesso coordinata che disegnava la mappa di rischio idraulico e idrogeologico della città.
Proroghe non regolari
Il dirigente avrebbe inoltre disatteso il divieto di procrastinare l’esecuzione dei lavori per realizzare le casse di laminazione a Ca’ Lolli e Tebano, già individuate nel Piano sin dal 2001 e oggetto di una specifica convenzione con alcune ditte nel 2010. Le imprese incaricate avrebbero dovuto svolgere “l’attività estrattiva con sistemazione finale dell’area interessata in modo tale da realizzare un invaso arginato per le casse di espansione per la laminazione del torrente Senio”. L’accordo, regolato da una specifica legge regionale, ammetteva non più di una proroga, legata peraltro a ragioni di meteo o clima avversi, escludendo categoricamente motivi economici. Nonostante ciò, sarebbero stati proprio problemi di budget alla base delle successive tre proroghe consecutive concesse dalle due società incaricate, la EcoGhiaia srl e il Consorzio Trasporti Faenza allo scadere dei 60 giorni entro i quali i lavori avrebbero dovuto essere ultimati. Le giustificazioni reiterate e accolte fino al 2018 avrebbero tirato in ballo la “grave crisi del settore edilizio e delle difficoltà connesse alla commercializzazione del materiale estratto”, oltre all’aumento dei prezzi legato alla crisi del settore edile.
Per l’accusa le società coinvolte “offrivano scarsa affidabilità” poiché già in crisi. Lo dimostrerebbe la successiva apertura della procedura di liquidazione fallimentare avviata successivamente dal Consorzio.
Bisogna attendere la fine del 2017 per il rigetto della quarta richiesta di proroga. A quel punto dagli uffici comunali sarebbe stato notificato il “rilevante ritardo nella attuazione del progetto”, rimarcando anche che si trattava di un intervento “di rilevanza strategica... rispetto agli obiettivi di sicurezza idraulica del territorio”.
Il ricorso al Tar
Nonostante ciò la coGhiaia avrebbe tentato il ricorso al Tribunale amministrativo per mantenere l’appalto. Il Tar si è però pronunciato a favore dell’Unione della Romagna Faentina, rigettando l’istanza dell’azienda. Per il ritardo e il mancato completamento dei lavori, il Comune di Faenza ha riscosso peraltro 934mila euro di risarcimento dalla polizza fideiussoria.
Terminato l’incarico del predecessore, il nuovo dirigente del Settore Territorio del Comune manfredo non avrebbe sollevato alcuna perplessità su quanto fatto. Così ora risulta a sua volta fra gli indagati.