Nell’ambito dell’inchiesta sui presunti certificati falsi di inidoneità ai centri di rimpatrio condotta dalla Procura (che ha chiesto la sospensione per un anno nei confronti degli 8 medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna coinvolti e che compariranno in tribunale davanti al giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek) nella documentazione agli atti figurano anche chat estrapolate dagli smartphone e dai dispositivi in uso agli 8 dottori (residenti a Ravenna, Lugo, Cesena, Imola e Bologna e assistiti dai legali Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco e Maria Virgilio) sequestrati nel corso della perquisizione effettuata in reparto, nelle abitazioni e nelle rispettive vetture tra l’11 e il 12 febbraio.
Messaggi dai quali sembra emergere un fronte comune - certo deontologico ma anche di principio - che prende forma come una sorta di compiacimento collettivo per ogni extracomunitario “salvato” dai Cpr grazie ai referti di non idoneità. Da qui l’accusa di concorso in falso ideologico in continuazione. Nelle conversazioni trapela per esempio disappunto di fronte alla decisione dell’azienda sanitaria di aggiungere anche “la novità della consulenza psichiatrica” per i pazienti sottoposti alla visita: “Mi pare che l’azienda voglia renderci la ‘non idoneità’ un percorso ad ostacoli, lungo, stancante, così da disincentivare”. Posizione alla quale si aggiunge il suggerimento di una delle altre dottoresse indagate: “Il modo per esprimere dissenso è la non idoneità”. E a ruota, una collega risponde: “Finora abbiamo fatto così, solo che adesso bisogna giustificarla in modo più credibile altrimenti potrebbero contestarcela, protocollo alla mano... Non sarà banale”.
L’intercettazione in reparto
Nei mesi, gli inquirenti hanno anche proceduto su autorizzazione del gip a effettuare intercettazioni ambientali. Da un ambulatorio dell’ospedale è stato colto un dialogo ritenuto di interesse investigativo tra due dottoresse sulla possibilità di affidare il rilascio dei certificati ai medici del pronto soccorso, pratica a suo dire seguita da altri nosocomi. Un’ipotesi subito smorzata da un’altra fra le professioniste ora sotto inchiesta, perché preoccupata che colleghi del Ps fossero più propensi a rilasciare idoneità e meno inclini a schierarsi.
Il modulo prestampato
Salta fuori nelle conversazioni anche il modulo prestampato per certificare le inidoneità: si tratta di una bozza che circola online, condivisa da associazioni che hanno posizioni critiche verso le condizioni di detenzione nei Cpr. Fra queste la Simm, la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, che negli ultimi anni avrebbe esortato i medici a prendere una posizione per quanto in loro potere riguardo alle condizioni e ai potenziali rischi per la salute alle persone sottoposte a detenzione amministrativa. “Fate ricircolare il modulo preparato per Ravenna?”, chiede un interlocutore, a cui risponde una delle indagate, “Va riadattato però non copiato”, perché - mette in guardia i colleghi - “ci sono stati problemi con la Questura...”. E ancora, un altro membro chiede lumi, “bisogna riscrivere tutto a mano?”. La risposta che giunge è “Sì, riscriverlo volta per volta modificandolo”.
Gli stessi interlocutori parlano di “campagna No-Cpr”, definendola “una rottura”, una “scelta puramente etica”. Un’altra ancora invita alla “tattica”, “procedere compatti con dissenso informato”, caldeggiando un incontro più diffuso, ricevendo, fra gli incoraggiamenti, “se siamo compatti non potranno sospendere tutti”. Chiaramente tutti no. Per adesso, infatti, di infettivologi in corsia a Ravenna solo 3 restano fuori dall’inchiesta. Sui restanti colleghi, ora, la decisione è in mano al giudice.