In fuga da Chernobyl. L’accoglienza in Romagna. E quei bimbi oggi adulti: uno si sposa oggi

Esattamente 40 anni fa, il 26 aprile 1986, il mondo scopriva un nuovo tipo di paura. L’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl causò l’avanzare di una nube radioattiva che invase le zone limitrofe, attraversando anche l’Europa occidentale. Dopo il disastro, numerose realtà associative si sono mobilitate per venire incontro alle popolazioni colpite. L’associazione Ravenna Belarus ha segnato la storia della solidarietà locale. A raccontare come un’emergenza sia diventata una missione per la vita è la presidente Giuseppina Torricelli.

Presidente, come sono stati i primi passi nel 1999?

«In origine eravamo parte di un’associazione più grande, il “Piccolo Mondo”. Negli anni abbiamo proseguito i nostri progetti come “Ravenna Belarus”. Il nostro primo gruppo di famiglie accoglienti era composto da 14 nuclei per 14 bambini orfani, un’intera classe che veniva dall’istituto di Pinsk. Il progetto era che lo stesso bambino sarebbe stato accolto sempre dalla stessa famiglia per 120 giorni all’anno, tra estate e inverno. In totale, nel tempo abbiamo seguito circa 200 bambini con 56 progetti, inclusi quelli per piccoli pazienti oncologici».

Com’era l’approccio iniziale delle famiglie ravennati?

«Ben presto ci siamo accorti che non era sufficiente circondarli di affetto o comprargli cose che non avrebbero neanche potuto immaginare. C’erano il sole, il mare, un mondo di adulti che li metteva al centro, ma involontariamente finivamo per evidenziare le mancanze e le differenze. Io lo dico così: peccavamo un po’ di “romagnolità”. Pensavamo: devono stare bene, i cappelletti, le tagliatelle, il mare, tanti abbracci. Ma non bastava. Spesso partivano con valigie piene di cose inutilizzabili in orfanotrofio. Ci siamo detti che l’unica via era costruire una rete di relazioni che li circondasse sia in Italia che in Bielorussia».

In cosa consisteva questa rete?

«Dal 1999 al 2020 per due volte all’anno l’associazione ha accompagnato le famiglie in Bielorussia. Qui si stringevano accordi con le ambasciate, i ministeri di competenza, i servizi sociali, gli ospedali e i direttori degli orfanotrofi. L’obiettivo era che questo progetto, nato per allontanarli dalle radiazioni, si trasformasse in “un progetto per la vita”. Volevamo che questi ragazzi non si sentissero mai divisi tra due mondi, senza sentirsi parte di nessuno dei due. La Regione Emilia-Romagna ci ha aiutato tantissimo dandoci i tesserini sanitari: durante la permanenza potevano essere seguiti dal punto di vista medico h24, specialmente per i progetti oncologici».

Cosa provavano i ragazzi al momento dell’arrivo?

«Arrivavano in aeroporto con le famiglie, i nonni, i cagnolini con la tutina con scritto “benvenuto”. Ma per un bambino che viene da un orfanotrofio, dove spesso non è visto o ascoltato e ci sono regole severe, trovare qualcuno che ti bacia e ti abbraccia può fare paura. Poi arrivano a casa e magari si trovano la vasca idromassaggio dopo che in istituto avevano a malapena le docce comuni. È uno shock culturale. Per proteggerli abbiamo imparato a darci delle regole: inutile riempirli di giochi elettronici o firme se poi devono tornare in quella realtà. Meglio riempirli di fotografie e ricordi dell’abbraccio ricevuto, da attaccare sull’armadietto una volta tornati».

Cosa resta oggi, a quarant’anni dal disastro?

«Siamo riusciti a creare un “doppio luogo di vita”. Non ha più importanza dove vivi, perché hai comunque dei punti di riferimento a cui chiedere aiuto. Restano il patrimonio relazionale creato nel tempo e le parentele sociali; la cooperazione le famiglie allargate italo-bielorusse e viceversa. Resta il messaggio positivo: il dolore può essere trasformato in una risorsa. Nonostante l’esplosione di un reattore che ha cambiato il mondo, è nata un’esperienza che è una restituzione alla speranza».

Si ricorda di qualche ragazzo o ragazza in particolare?

«Certo, ce ne sono tanti. Per esempio Nataliya, arrivata a sette anni qua a Ravenna. La sua è la storia di una giovane che a 18 anni si iscrive all’università, frequenta logopedia e si specializza proprio nell’aiuto dei bambini e delle famiglie disagiate o con disabilità. È una ragazza che non ha mai interrotto il legame e continua a venire in Italia tutte le estati con il marito e i figli. Poi c’è Yakau, ospite dal 2010, grazie alla famiglia ravennate ha imparato i mestieri e riallacciato i rapporti con la madre biologica, che oggi assiste in Bielorussia. Ha ristrutturato la loro casa seguendo i consigli tecnici di “babbo Claudio” su WhatsApp e lavora come chef grazie agli studi alberghieri fatti in Romagna; si sposerà proprio oggi. Infine la storia di Viki, entrata in istituto a 7 anni, ha costruito un legame indissolubile con due famiglie ravennati che l’hanno accolta e accompagnata fino alla laurea prima in Filologia italiana e poi in Storia romana. Oggi vive e lavora in Italia, è in attesa della cittadinanza e ha trasformato il suo passato in istituto in una storia di indipendenza e riconciliazione con le proprie radici».

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