Una è giudice civile, l’altro è pubblico ministero. «Ancora colleghi», sorride Elena Orlandi, 42 anni, presidente della sottosezione di Ravenna dell’Anm. «Tuttora e forever colleghi», la spalleggia Francesco Coco, 35 anni, segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati. Dal confronto/scontro di fronte a parterre di avvocati e addetti ai lavori, fino alle serate nei circolini di campagna, nelle settimane che hanno preceduto il referendum costituzionale si sono spesi in prima persona per sostenere il “no” alla riforma della giustizia, pardon, della magistratura. «Si è cercato di dare un’immagine della magistratura come qualcosa di distante e scollata dalla popolazione - dicono -: il pm come un persecutore dei cittadini, il giudice come una figura rinchiusa in una torre eburnea». è stata un’occasione per dimostrare il contrario. Uno sforzo da politici - direbbero i maligni - giunto ai festeggiamenti, ma senza pubbliche esultanze. Fra colleghi, appunto.
I magistrati dell’Anm di Ravenna festeggiano il no al referendum: «La giustizia ha ben altri problemi»
Andiamo subito al nocciolo. L’uomo della strada difficilmente sa la differenza tra magistrato giudicante e requirente. Non avete avuto la sensazione che questo referendum fosse troppo tecnico?
Orlandi: «Era tecnicamente complesso, ma con un’adeguata spiegazione gli aspetti salienti potevano essere compresi anche dai non addetti ai lavori. Per questo è stata importante l’attività svolta dal comitato per il no per spiegare quelli che per noi erano i rischi. Non c’è stato un dibattito parlamentare sulla riforma, né sono stati presentati emendamenti che avrebbero potuto portare a una riflessione più ampia e a una ponderazione degli aspetti critici».
Coco: «Non era un tema da sottoporre a un referendum in ragione dell’estremo tecnicismo. è stata una scelta della compagine governativa, mossa dal tentativo di fruire della mancanza di quorum per far passare una riforma calata in maniera unilaterale. Speravano di portare i cittadini a dimostrare ai magistrati che sono detestati».
Fermo restando che l’affluenza è andata oltre alle aspettative, non pensate che il risultato sia stato più frutto di una presa di posizione politica e non un voto nel merito della riforma?
O: «Sicuramente ci sarà una parte degli elettori che ha votato per motivi politici. Credo però che la maggior parte dei cittadini abbia dimostrato di avere cura del principio di indipendenza della magistratura. Questa affluenza ci conforta anche se è stata una battaglia in salita».
C: «Quando abbiamo assunto questo incarico nell’autunno del 2025 i chiari di luna promettevano una disfatta. è stato un bellissimo segnale di partecipazione democratica. Sono numeri importanti di cui andare fieri. Il merito di tale mobilitazione va però all’associazionismo, ai comitati e a tante realtà del territorio».
L’aria che avete respirato in quei dibattiti vi ha fatto riflettere su un certo immaginario che riguarda la figura del magistrato agli occhi del cittadino?
O: «Non tanto a Ravenna, quanto più altrove ho percepito un clima di sfiducia nei confronti della magistratura che prende posizione in un contesto “politico”».
C: «Il territorio ravennate, come tutta la Romagna, è sanguigno. C’è stato un clima aspro nella contrapposizione sui contenuti ma nel rispetto dei rispettivi ruoli. Sarebbe stato impossibile toccare sette articoli della Costituzione e pretendere che il dibattito non si politicizzasse né che i magistrati parlassero».
Vostri colleghi in altri fori hanno festeggiato la vittoria del no cantando “Bella ciao”. Una reazione inopportuna?
O: «Una reazione comprensibile, è stato un momento di euforia per una vittoria storica importante dopo giorni di stress, purché limitata nel tempo. Bella ciao non è una canzone offensiva di nessun cittadino».
C: «Non abbiamo condiviso il momento elettorale a porte chiuse, fra colleghi, evitando immagini che in una dimensione pubblica avrebbero potuto destare qualche reazione. Detto questo (dicono in coro) noi non lo abbiamo fatto».
Separazione delle carriere a parte, qualche problema nella magistratura ci sarà. Che cosa manca?
O: «La giustizia ha dei problemi. è necessario investire. Mi limito a qualche numero: la media europea è di 21,5 giudici e 14,5 pm ogni 100mila abitanti. In Italia è, rispettivamente, di 12,2 e 3,7. I soldi risparmiati dalla creazione di tre organi al posto di un unico Csm si potrebbero utilizzare per investimenti massicci in risorse umane e materiali».
C: «Rispondo citando l’articolo 110 della Costituzione: “Ferme restando le competenze del Csm, spettano al ministro l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla Giustizia”. I promotori della riforma, dispensati dall’incombenza dei decreti attuativi, potranno ora dedicarsi alla soluzione dei problemi stranoti: fra questi i funzionari degli uffici del processo, migliaia di ragazzi assunti a tempo determinato con contratto in scadenza il 30 giugno, che hanno partecipato ad altri concorsi pubblici lasciando una scopertura d’organico maggiore di quella che c’era al loro arrivo».