Genova, i 300 ravennati del G8 e una ferita ancora aperta: «Capimmo la globalizzazione ma zittirono una generazione»

Ravenna

Sono passati 25 anni da quella che Amnesty International definì “la più grave sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Il G8 di Genova è impresso nella mente di tanti italiani, non solo di quelli che nel luglio del 2001 scesero in piazza per manifestare, ignari di finire il giorno dopo sulle pagine di apertura di tutta la stampa italiana e non solo.

“Con il G8 di Genova è morto il movimento no-global; è stata un’occasione persa perché alla fine la storia ci ha dato ragione”, commenta Emiliano Galanti, uno degli oltre 300 ravennati partiti per Genova con il “Cor.mo.ra.no” (Coordinamento per la Mobilitazione Ravennate No-global).

Galanti - all’epoca dei fatti ventenne - faceva parte dell’associazione giovanile dei democratici di sinistra e la sua generazione aveva accolto con fervore la denuncia del movimento antiglobalizzazione che puntava il dito sul modello di sviluppo economico capitalista: “Il mondo della finanza non si interessava all’epoca, non lo fa nemmeno adesso, degli effetti della globalizzazione; sfruttamento, inasprimento delle disuguaglianze, riscaldamento globale. Fattori che portano inevitabilmente a nuove tensioni e conflitti come quelli che stiamo vivendo oggi”, spiega.

La “brutale e feroce” repressione della protesta da parte delle forze dell’ordine ha spento i riflettori su questa questione, riavvolgendo le lancette dell’orologio a una violenza sulla piazza che si pensava archiviata: “C’era un chiaro indirizzo politico nella reazione studiata della polizia. Hanno infiltrato i black bloc per poter usare lacrimogeni e manganelli e poi compiere di notte quella macelleria “sudamericana” alla scuola Diaz. Il me ventenne non si aspettava una violenza simile da parte di chi avrebbe dovuto garantire la nostra sicurezza”, ammette Galanti.

“Definirei la violenza di Stato che abbiamo subito come inaspettata. In un contesto di contestazione pacifica come quello non ce lo aspettavamo ed è così che si è rotto per sempre il nostro velo dell’innocenza”, commenta Valentina Morigi, ex assessora comunale e all’epoca manifestante ravennate di Rifondazione Comunista a Genova quel 21 luglio 2001. In quel momento, confessa Morigi, non si aveva la percezione di essere tornati agli anni di piombo, a “una stagione di violenza e di sospensione dello stato di diritto” che avevano solo sentito raccontare.

Invece si sono trovati dentro questo atroce racconto tra lacrimogeni, manganelli, grida e spintoni bussando alle porte dei genovesi per trovare rifugio e portare a casa la pelle: “Il G8 è un’esperienza che ti segna da un punto di vista umano, personale e politico. Dopo questa repressione, la mia generazione non è stata capace di recuperare la dimensione collettiva, ma si è ripiegata nel privato”, ammette sempre Morigi. Questo “ripiegarsi nel privato” si è tradotto nel mettersi a disposizione degli altri e della società come insegnanti, legali o sanitari al servizio della comunità.

Un’altra eredità ancora più evidente dei fatti di Genova riguarda la cultura del dissenso : “Dal G8 ci portiamo dietro anche l’idea che il dissenso di piazza vada soffocato in quel modo lì. La piazza non è più vista come un luogo pubblico in cui esercitare un diritto costituzionale. La piazza è diventata uno spazio pubblico da difendere e in cui difendersi” conclude Morigi.

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