Eredità perduta, il Comune di Ravenna: “Ci siamo mossi con dei progetti per via Landoni”

Ravenna
  • 06 maggio 2026

RAVENNA - Secondo il Comune la sentenza del giudice civile che ha tolto all’amministrazione la casa ereditata in via Landoni «non tiene conto dell’azione amministrativa, considerando anche le difficoltà degli ultimi anni legate al biennio del Covid e dell’alluvione». A dirlo, rispondendo a un’interrogazione di Alvaro Ancisi (capogruppo di Lista per Ravenna), è l’assessore Massimo Cameliani. Il caso, portato alla luce dal Corriere Romagna, riguarda la sconfitta in primo grado sull’eredità di Eugenio Rambaldi. Morì nel 2013, lasciando all’amministrazione una grande abitazione in città - in via Landoni, appunto - e un podere in via Faentina. Il lascito della casa era però vincolato alla realizzazione di una struttura dedicata ai minori e al divieto di vendita della stessa. Ma dopo dieci anni nulla è stato ancora fatto di concreto. Un lasso di tempo, secondo il giudice, troppo esteso per essere giustificato. Per questo, accogliendo il ricorso dei discendenti di Rambaldi, ha “diseredato” Palazzo Merlato assegnando loro l’abitazione. Lista per Ravenna ha portato il caso in consiglio comunale, ricordando peraltro come nel 2022 avesse già sollecitato il Comune sul tema dell’eredità.

La posizione di Cameliani ricalca, com’è naturale, quanto Palazzo Merlato aveva sostenuto davanti al giudice. Ovvero: il momento da cui cominciare a considerare l’azione dell’amministrazione non è il 2013 ma il 2015, cioè quando il lascito era stato accettato. Ma soprattutto l’assessore contesta il fatto che Palazzo Merlato non abbia fatto nulla: «Abbiamo partecipato a un bando ministeriale, volevamo realizzare una struttura che accogliesse madri e figli. Purtroppo non abbiamo ottenuto il finanziamento. Su 581 domande, del resto, solo in 59 ce l’hanno fatta». Così «abbiamo iscritto a bilancio per 550mila euro il progetto». Azioni sufficienti, per l’assessore, a dimostrare che l’amministrazione si è interessata alla questione: «Del resto la sentenza non parla né di dolo né di colpa ma cita solo i limiti temporali. Però nel testamento non erano specificati. Per questo abbiamo fatto appello». Ancisi chiosa: «Mi sembra siano state tutte azioni di bandiera, non troppo concrete. Ed evidentemente, se non si sono ottenuti i finanziamenti nel bando ministeriale, significa che il progetto non era adeguato a quanto richiesto».

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui