Dati sulle armi al porto di Ravenna. Braccio di ferro al Consiglio di Stato: «Transitate durante il genocidio»

Ravenna

«Non esistono interessi pubblici così forti da cancellare il diritto alla trasparenza dei cittadini». Il principio sollevato ieri dall’avvocato Andrea Maestri davanti al Consiglio di Stato è chiaro: non c’è questione che tenga nel giustificare il silenzio dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli sui dati dei traffici di armi e materiale bellico salpati o transitati dal porto di Ravenna nel 2025. Saranno ora i giudici della Sesta sezione a doversi pronunciare sul braccio di ferro nato dal ricorso presentato dal legale ravennate insieme alla giornalista e attivista Linda Maggiori, ora spalleggiati dal sindacato Usb dei lavoratori portuali rappresentato dall’avvocato Arturo Salerni del foro di Roma.

Sul fronte opposto c’è invece l’avvocatura dello Stato, secondo la quale la necessità di segretezza sui tali dati poggia sull’attuale scenario bellico internazionale, caratterizzato - testuali parole - da «una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia» e in particolare il porto di Ravenna, che dal giorno alla notte si scopre essere un presidio marittimo strategico dal punto di vista militare.

Il ricorso presentato contro il diniego dell’Adm aveva festeggiato il parziale successo con la sentenza del Tar pronunciata a inizio dello scorso luglio. La giustizia amministrativa aveva imposto all’Ente il dovere di rivelare i dati quantitativi su armamenti o approvvigionamenti bellici traghettati dal porto “San Vitale”, pur ritenendo legittimo mantenere invece il segreto sui Paesi di provenienza e destinazione delle spedizioni, dato considerato potenzialmente lesivo della sicurezza nazionale e delle relazioni internazionali.

Argomentazione confutata ieri dall’avvocato Maestri sostenendo che la trasparenza su quelle informazioni «è strumento di conoscenza e di controllo democratico sulla corretta funzionalizzazione del potere pubblico e unico modo per verificare il rispetto della legge 185/90». Il riferimento normativo citato è quello che disciplina il controllo dell’esportazione, dell’importazione e del transito dei materiali di armamento, nel rispetto dei principi costituzionali di pace. Tra i punti principali, vieta le esportazioni verso Paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e prevede un controllo politico e della società civile.

Nella discussione, Maestri ha sottolineato che la “rilevanza militare” del porto ravennate è entrata nel processo per la prima volta nella memoria difensiva depositata in appello dall’Avvocatura dello Stato. «Ciò è inammissibile - ha dichiarato il legale - tanto più che non esiste alcun provvedimento di classificazione del ministero della Difesa che lo stabilisce». Per l’avvocato la sentenza del Tar rappresenta già «un punto avanzato di equilibrio tra gli opposti interessi in gioco».

L’appello davanti al Consiglio di Stato è stato al centro di una conferenza stampa ieri sera presso la Camera dei deputati. E qui, tra i relatori, ha preso parola Linda Maggiori: «Già nel 2025 abbiamo avuto la conferma che dal porto di Ravenna sono transitate armi destinate a Israele, nel mezzo del genocidio, provenienti dalla Repubblica Ceca e dall’Ungheria. Questo non è stato segnalato perché, secondo Uama (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, ndr), il transito e la movimentazione di determinati beni non sono soggetti alle autorizzazioni».

In concomitanza, a Ravenna, decine di persone si sono radunate in un presidio in piazza del Popolo per sostenere la vertenza e rivendicare il carattere non militare dello scalo portuale della città.

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