«Un disastro che senza enfasi possiamo definire annunciato». Con queste parole il sostituto procuratore Lucrezia Ciriello ha chiesto condanne per oltre 22 anni di carcere nei confronti di otto imputati su nove, al termine del processo per il crollo della chiusa “San Bartolo”, avvenuto il 25 ottobre del 2018 lungo il fiume Ronco. Pene che singolarmente toccano picchi di 4 anni e mezzo, tenendo conto anche del dramma più grande che quel giorno segnò a lutto le sponde del corso d’acqua: la morte di Danilo Zavatta, tecnico 52enne della Protezione civile che stava osservando i preoccupanti movimenti del letto del fiume quando la passerella della chiusa cedette sotto i suoi piedi. Per il giudice Cosimo Pedullà, tuttavia, gli otto anni trascorsi dalla tragedia hanno fatto maturare i termini di prescrizione. Sono scaduti ad agosto, tenendo conto della sospensione delle udienze durante le alluvioni del 2023 e del 2024. Ma sul punto il pm non demorde e rincara la dose contestando anche l’aggravante della violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, che, qualora riconosciuta, farebbe raddoppiare i termini passando da 6 a 12 anni. Per il resto, sono i reati di crollo colposo con il pericolo di pubblica incolumità a tenere in piedi la fetta restante di un dibattimento lungo e tecnico, durato quattro anni.
Chiusa crollata a Ravenna, chieste condanne per 22 anni. Ma la morte del tecnico è prescritta
Le accuse, dal progetto ai lavori
Nella sua requisitoria il magistrato riprende punto per punto, posizione per posizione, la relazione dei periti nominati dal giudice, gli ingegneri Luca Pagano e Domenico Pianese. Avevano parlato di errori elementari, di “abc” in materia idrogeologica, che gli imputati, fra tecnici, progettisti della centrale idroelettrica crollata e dirigenti della Protezione civile all’epoca dei fatti colleghi e superiori della vittima, avrebbero dovuto conoscere.
Fra questi, le «opere provvisionali inutili, una su tutte il pozzettone», che - argomenta il pm - avrebbe provocato «una grandissima fuoriuscita di acqua che diede il via ai fenomeni erosivi». E ancora, «opere imprescindibili come la Berlinese (una struttura a sostegno del fronte dello scavo, ndr) che doveva essere presente sia nel progetto definitivo sia nell’esecutivo». Oppure le palancole, «infisse senza calcoli», o come rimarcano i periti, «empiricamente». Le mancanze contestate dall’accusa proseguono a livello progettuale. Per esempio non venne tenuto in considerazione il dislivello idrico sul quale si andava a intervenire. Nessuno studio anche riguardo il rischio di sifonamento, vale a dire quel vortice che poi fu fra le cause dell’erosione e del crollo.
Gli allarmi ignorati
A monte, insomma, ci fu la «totale assenza di studi e di visione dell’opera che si costruiva», senza effettuare «qualsivoglia indagine geotecnica, qualsivoglia sondaggio».
Quanto alle avvisaglie? Una su tutte, quella del 4 settembre, un mese e mezzo prima del crollo; al passaggio di un camion per la consegna di una turbina il terreno cedette creando una voragine. E «voragine» è proprio il termine che circolò tra le chat dei tecnici. Il pm parla di «segnali di allarme che dovevano intimorire chi costruiva, chi agiva e chi quei fenomeni li guardava da una posizione di controllo e aveva le competenze».
Si arriva così alle singole richieste di condanna. Per Daniele Tumidei, rappresentante legale della Gipco, società titolare della concessione per la centrale idroelettrica, 4 anni. Per Angelo Sampieri, tecnico incaricato dalla Go4it per il progetto esecutivo e direzione lavori, 4 anni e 6 mesi. Si scende a 3 anni per il tecnico della Protezione civile di Ravenna Andrea Bezzi, 2 anni e 8 mesi per il collega Claudio Miccoli, all’epoca dirigente; 2 anni e 6 mesi per Franco Frosio, chiamato a firmare il progetto definitivo dalla Go4it, 2 anni per Davide Sormanni che siglò per la protezione civile l’istruttoria per il rilascio del Visto e per il dirigente pro tempore del Servizio Area Romagna Mauro Vannoni. La Procura ha chiesto infine l’assoluzione per Massimo Casanova, rappresentante di fatto dell’impresa costruttrice per non aver commesso il fatto.
Verso la sentenza
La parola passerà giovedì alle difese degli imputati. L’udienza di ieri, invece, si è inoltrata fino al tardo pomeriggio, lasciando spazio alla difesa dei familiari della vittima, tutelati dall’avvocato Carlo Benini (tra le parti anche l’Inail rappresentata dall’avvocato Gianluca Mancini). Per la moglie di Zavatta, presente a tutte le udienze, sono le ultime ore di un’attesa durata otto anni che rischia di concludersi con un’amarezza profonda: quella di una sentenza che potrebbe lasciare senza responsabili la scomparsa del marito. Morto mentre stava monitorando un “disastro annunciato”.