CERVIA - E’ stato pubblicato “Un mònd ch’u s’è stret (Un mondo che si è stretto)”, il libro di Tolmino Baldassari con le ultime poesie che erano rimaste nel cassetto. Le aveva scritte prima di morire, nella primavera del 2010, a pochi mesi dalla scomparsa della moglie Giuliana. Infatti alcuni versi davvero commoventi sono dedicati a lei. Grazie alla nipote Paola Grassi è stato possibile ora raccogliere questo prezioso materiale, frutto dell’opera di un poeta che era già costretto a letto, minato da una grave malattia. Il suo ultimo sguardo sul mondo è però molto lucido, oltre che consapevole di quello che sta accadendo. “Una volta il tempo durava - scrive Baldassari -, eri dentro un bel giorno di sole, adesso c’è il buio dei pensieri, per una vita che è finita, e non ci avevi pensato, e allora si cambia casa”. “Dalla sua ultima stanza - commenta il critico Manuel Cohen -, Baldassari dialoga con il mondo passato e presente, tra apparizioni e scomparizioni, consapevolezze e preterizioni. Scomparsa la moglie è rimasto solo, ormai anziano e gravemente ammalato, impossibilitato a deambulare. Così osserva dal letto la vita che scorre oltre i vetri e la luce della finestra”.
Al suo capezzale sempre la nipote Paola, cui confessa poco prima di morire, di avere rivisto la moglie. “Questa notte ho sentito la mia Giuliana - è infatti l’ultima poesia del libro -, proprio la sua voce che mi chiamava, e io che ero suo tutti e due d’accordo, e lei che mi ha detto stiamo insieme, insieme per sempre”. La traduzione in italiano non rende però del tutto giustizia, soprattutto nell’ultimo verso, che accentua l’imminente addio: “insen par sempar”. Al poeta dialettale di Cannuzzo, uno dei maggiori del Novecento, rende poi omaggio con una lettera (“Caro Tolmino”) l’allievo Gianfranco Lauretano. Anche lui lo ha accompagnato fino agli ultimi giorni, recandosi a casa sua per ricevere scritti e confessioni, tanto che Baldassari si era raccomandato con la poesia “Dopo te ne andrai”: “...fatti aprire il cancello del camposanto, il custode già lo sa, ma non venire quando tutti portano i fiori...”). “Caro Tolmino - scrive il critico e poeta cesenate -, ricordo che mi aspettavi con un foglietto di appunti. Erano le cose da dirmi, come se quel tempo fosse tutto di attesa. Gli argomenti erano vari, legati alla poesia ma non solo. Mi chiedevi sempre della famiglia, soprattutto di mia figlia, Cla babina (“Quella bambina”, titolo della poesia che poi le ha dedicato).Tu i bambini li hai sempre guardati con lo sguardo meraviglioso di chi guarda un miracolo”.
“La parte più bella era il finale - continua Lauretano -, quando tiravi fuori altri scritti, questi a macchina (una vecchia Olivetti), dove c’erano le poesie fresche di creazione. Ma aspettavi che fossi io a chiederti di leggerle, e io dicevo sempre che erano belle, perché toccano i luoghi dell’anima”. “Secondo me - conclude il poeta -, nel cortile di Cannuzzo Giuliana passa ancora, a occuparsi delle faccende, a curare gli animali. Forse è seduta fuori, vicino al muro, come la vedemmo quella volta io e l’amico poeta Franco Casadei. Glie la volevi presentare, e la trovammo con la sorella Maria di fianco alla casa, entrambe con i piedi nella bacinella piena d’acqua, appena imbarazzate ma non troppo, piuttosto divertite e ridenti come due bambine. Se dovessi dire cos’è la Romagna, direi quelle due anziane ragazzine a cui basta un pediluvio in un cortile di campagna per essere felici. E con te che ne eri fiero. Ma non hai resistito molto senza la Giuliana, due mesi e mezzo, poi hai dovuto raggiungerla”. Tolmino Baldassari nacque a Castiglione di Cervia nel 1927 e, dopo essere stato meccanico, bracciante, funzionario politico e sindacalista, si accorse nel 1975 di essere anche un poeta, pubblicando “Al progni sèrbi (Le prugne acerbe)”. Poi fu un effluvio di versi che parlavano di campi, silenzi, cuculi, rosignoli, neve, birocciai, siepi e nebbie diradate: il suo mondo. Una memoria “incessante, malinconica e nostalgica”, fino a quella notte di quasi 16 anni fa, quando “...ero in un altro mondo senza tornare”.