“Guarda che schifo, io ho litigato con il prof per sta cosa”. Spieghiamo meglio. La cosa in questione sono le visite che gli infettivologi dell’ospedale di Ravenna dovevano fare per certificare l’idoneità o meno degli stranieri ai centri di permanenza per il rimpatrio. Il prof è l’allora primario di Malattie infettive. E a parlare è uno degli 8 dottori indagati (su 11 del reparto) con l’accusa di aver falsificato i referti per evitare che quei pazienti, irregolari e ritenuti socialmente pericolosi, venissero trasferiti in uno dei centri di detenzione amministrativa della Penisola, in attesa di un volo diretto al Paese d’origine.
Che il clima fosse teso nei mesi tra l’aprile 2024 e gennaio di quest’anno lo si capisce dagli sfoghi tra i camici bianchi, divisi fra chi preferiva attenersi al protocollo e chi invece ormai aveva aderito alla “campagna No Cpr”, compiendo quella che veniva definita una “scelta puramente etica”. Un’ideologia apparentemente sovrapposta alla medicina, che ha portato la Procura a chiedere la sospensione per un anno nei confronti degli 8 operatori sotto inchiesta.
La discussione col “prof”
Non sempre andava secondo i piani di chi aveva deciso di boicottare il sistema rilasciando - secondo l’accusa - certificati di non idoneità non corrispondenti al vero. “Oggi non me la sono sentita di fare sto certificato a un migrante - avrebbe confessato una delle dottoresse indagate in una chat con una collega - e alla fine ho litigato con...”. La conversazione prosegue con il nome dell’allora primario, il quale - aggiunge rammaricata la sottoposta - “l’ha fatto lui, uff, sono realmente in difficoltà”. L’emoticon della faccina commossa suggerisce che il responsabile del reparto non condividesse la stessa posizione della collaboratrice. E non era il solo.
C’è una mail nella quale un altro collega prende le distanze da sistema delle “inidoneità a priori” caldeggiato da alcuni fra gli indagati. Lo fa rispondendo a una comunicazione collettiva nella quale una dottoressa informa gli altri di aver firmato una non idoneità. Lui replica dichiarando di non condividere la proposta, riferendo che avrebbe attestato le condizioni di salute dei pazienti destinati ai Cpr in base a dati evidenti, così come previsto, con “visite, radiografia al torace, segni e sintomi di malattie contagiosi”.
«Fate circolare il modulo»
In barba alle direttive dei superiori, in 16 mesi i certificati di inidoneità ritenuti falsi si sono moltiplicati, raggiungendo 34 referti “no Cpr” e 10 presunti rifiuti del paziente su 64 visite, tra le quali, nessuna idoneità tra lo scorso settembre fino alla perquisizione in reparto eseguita dalla Squadra mobile su mandato dei pm Daniele Barberini e Angela Scorza.
“Fate ricircolare il modulo che avevate preparato per Ravenna per giustificare il rifiuto all’idoneità?”, chiede un interlocutore in una delle chat esaminate dagli inquirenti. Nei messaggi vengono condivisi articoli, documenti, fra i quali uno che riporta la frase “perché firmare l’inidoneità alla vita in comunità ristretta per la convalida del trattamento in Cpr e cosa comporta”, e il modulo fornito via mail dalla Simm, la Società Italiana Medicina delle Migrazioni, attiva sul panorama nazionale per le posizioni contrarie alla detenzione amministrativa. E’ la “Bozza per la valutazione di non idoneità alla vita nel Cpr” che, consegnata alla Questura come certificato di non idoneità di uno straniero a luglio del 2025, farà partire l’intera inchiesta.
La “mappatura” delle inidoneità
Arriva a questo punto il contatto con Nicola Cocco, infettivologo che nell’ultimo periodo è intervenuto anche pubblicamente quale portavoce della Simm. Per quanto noto al momento, non è indagato, ma il suo nome nelle chat ravennati è ricorrente. Con lui, gli indagati fanno “un incontro online per chiarirci le idee”, mentre una dottoressa ravennate lo incoraggia per fronteggiare possibili contrasti da parte dell’Ausl: “Ti aiuto a tutelarti contro potenziali pressioni della direzione sanitaria o del primario”. Cocco ricambia complimentandosi per le inidoneità certificate.
Alcuni medici lo aggiornano, “altre 2 da Ravenna”, poi “altre 4”. E lui risponde “grandissim*... se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura”. Quando, nei mesi successivi la polizia manifesta i primi sospetti chiedendo chiarimenti ai dottori, interviene per fare forza a una collega sotto pressione: “Gli facciamo il c. a sti sbirri maledetti”.