Li avrebbe uniti un «forte coinvolgimento ideologico ed emotivo». Potevano certo esprimere dissenso, ma sono andati oltre la deontologia e il legittimo diritto di manifestare il proprio pensiero contro il sistema di gestione dell’immigrazione clandestina. Per quasi un anno e mezzo nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna si sarebbe diffusa una «ripetuta condotta criminosa», proiettata verso uno scopo preciso: evitare che gli stranieri irregolari in attesa di espulsione venissero portati nei Centri di permanenza per il rimpatrio, considerati “luoghi disumani” alla stregua dei “lager”. Questo il movente scritto nero su bianco dal giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek, motivando la decisione di sospendere per 10 mesi dall’esercizio dell’attività sanitaria tre infettivologhe e vietando ai restanti cinque colleghi indagati di certificare le idoneità/inidoneità di quei pazienti alla detenzione amministrativa. Per il gip, chiamato ad esprimersi sulla richiesta di interdizione avanzata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, sussiste un concreto e attuale pericolo che gli otto camici bianchi (su undici presenti in corsia) continuino a falsificare i referti. Referti, peraltro, che avrebbero condiviso con persone terze, parte di un più ampio movimento anti-Cpr, violando la privacy degli stessi extracomunitari che avrebbero voluto tutelare.
Certificati anti-rimpatrio a Ravenna: «Movente ideologico, violata la privacy dei pazienti». Le motivazioni sulle sospensioni dei medici
Intercettazioni e chat
La decisione del magistrato ripercorre le tappe dell’inchiesta culminata con la perquisizione in ospedale effettuata dalla Squadra mobile il 12 febbraio scorso. Pesa in particolare la posizione di una delle dottoresse indagate, 41enne, che autodefinendosi “anarchica e antagonista” avrebbe aderito al movimento contrario ai Cpr «svolgendo attivamente propaganda tra i colleghi». Invitava a iscriversi a chat di gruppo nelle quali diffondeva articoli e materiale informativo riguardo le condizioni di vita nelle strutture e promuoveva incontri online per convincere a negare a priori i nullaosta sanitari.
Violata la privacy dei pazienti
L’ordinanza riprende intercettazioni e conversazioni tra gli operatori, soffermandosi sulla copiosa corrispondenza con Nicola Cocco, l’infettivologo referente della Società Italiana Medicina delle Migrazioni attivo anche a livello mediatico nella “campagna No Cpr”. Con lui la 41enne avrebbe condiviso non solo idee «ma soprattutto azioni», abusando anche del ruolo di dirigente medico. Su suo invito, avrebbe inoltrato copia delle certificazioni firmate a Ravenna assecondando il progetto di tenere una “mappatura” delle inidoneità, condotta che per il gip rappresenta una ripetuta e palese violazione della privacy dei pazienti.
Ravvisa il giudice anche «condotte ritorsive» nei confronti delle forze dell’ordine, di fronte ai primi accertamenti. Le accuse verso gli inquirenti (“vogliono chiamarmi in questura... intimidazione pura”) avrebbero trovato conforto nella frase di incoraggiamento di Cocco ai medici ravennati sotto pressione, “gli facciamo il c. a sti sbirri maledetti”, seguita dall’emoticon col pollice alzato.
C’è da perdersi tra le esplicite prese di posizione dei sanitari, “io sostengo la campagna ...totale supporto al No Cpr...tutti noi siamo per non firmare, piuttosto che mandare uno in un Cpr mi faccio radiare”.
Disattesi i pareri dei colleghi
Si somma, secondo il gip, anche il «disprezzo» della direzione sanitaria, che a giudizio dei medici non avrebbe preso una posizione valida in materia. Ma ancor più grave sarebbe l’alterazione dei pareri dei colleghi di altri reparti, come nel caso di valutazioni psichiatriche o esiti radiografici disattesi anche «trascurando dati tecnico-scientifici incontestabili (...) pur di affermare e perseguire la propria ideologia». L’accusa contesta 34 inidoneità (oltre a 10 stranieri che avrebbero rifiutato di sottoporsi alla visita) su 64 certificazioni. Il punto, specifica l’ordinanza, non è l’adesione ideologica, ma che questa abbia ceduto il passo a «comportamenti antigiuridici» e contrari alle regole deontologiche. Non tutti i dottori sotto inchiesta lo avrebbero fatto con la stessa costanza e con la medesima insistenza. E per questo cinque di loro potranno continuare a lavorare, ma senza più esprimersi sugli stranieri da rimpatriare.