Ci hanno provato a portare dalla loro parte anche i medici del reparto di Psichiatria. Ma invano. E allora avrebbero ribaltato anche l’esito dei referti dei colleghi. Nelle chat fra gli 8 infettivologi indagati per i falsi certificati “anti-rimpatrio” (uno dei quali ha compiuto un atto di autolesionismo chiamando poi i soccorsi), la strategia per boicottare il sistema della detenzione amministrativa per gli stranieri irregolari destinatari di decreto di espulsione, prende vigore a partire da un momento preciso: quando l’Ausl decide di ampliare lo spettro delle valutazioni cliniche per il rilascio delle idoneità ai Centri di permanenza per il rimpatrio.
Ebbene, nessuno dei 64 stranieri portati al Santa Maria delle Croci dal settembre del 2024 è risultato soffrire di problemi psichiatrici. Eppure in 3 casi, pur di fronte a un referto negativo, gli infettivologi chiamati a dare il parere finale hanno dichiarato la non idoneità ai Cpr richiamando la presenza di disturbi mentali. è questo un altro aspetto che emerge nell’indagine che ha portato la Procura a chiedere la sospensione per un anno per i medici sotto inchiesta, accusati di falso ideologico continuato in concorso e interruzione di pubblico servizio.
Pressioni su Psichiatria
Nelle intercettazioni ambientali in corsia analizzate dalla Squadra mobile trapela la conversazione di due dottoresse: ammettono che una delle indagate, loro coordinatrice, avrebbe insistito affinché in spregio al nuovo protocollo del settembre 2025, “la potestà di non inviare al Cpr gli stranieri irregolari” rimanesse radicata al reparto di Infettivologia e non in Psichiatria o al Pronto soccorso. “Avevo anche proposto di dire, ragazzi, cioè, dove sta scritto che dobbiamo vederli noi?”, riferisce alla collega per poi riportare la risposta della coordinatrice: “Fa, ah no è importante che li vediamo noi perché così noi gli neghiamo il...ehm l’autorizzazione, invece altri non so se la rischiano”. La dottoressa al centro del discorso, così emerge dagli atti, è quella che fra tutte “vanta” il maggior numero di certificati di non idoneità ritenuti falsi. Le due interlocutrici dicono di essere “tra l’incudine e il martello” ... “come facciamo a sapere se quello che arriva da noi è un delinquente...non è una cosa che possiamo decidere noi”, e continuano palesando una posizione critica verso i centri per il rimpatrio, “le persone non lo sanno come sono i Cpr”. Per gli inquirenti l’intercettazione è solo una delle numerose prove delle riunioni svolte fra colleghi a partire dal settembre scorso per individuare una strategia comune, imbastita intuendo che il metodo delle non idoneità arbitrarie aveva insospettito la Questura. Non a caso l’inchiesta coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza prende il via nel luglio precedente andando poi a coprire un arco compreso tra il settembre 2024 e il gennaio di quest’anno.
La “Rete No Cpr”
Da quel periodo si infittiscono i contatti con altri ospedali. Nelle chat, fra le quali una denominata “Ravenna Malinf”, vengono aggiunti partecipanti di altri nosocomi. Viene proposto “un nuovo incontro” con una “persona esperta”. Si tratta di Nicola Cocco, infettivologo ed esponente della Simm, la Società italiana medicina delle migrazioni, promotrice di una posizione critica verso i Cpr. “Andrà pubblicizzato su ‘Infettivologi tutti’ perché riguarda tutti e anche con gli urgentisti (che a quanto si capisce firmano il certificato con le varie consulenze) e con gli psichiatri”. Arriva l’esortazione per incoraggiare il gruppo: “Se siamo compatti non potranno sospendere tutti”. Passa poco e c’è la conferma: “Tra le brutte notizie eccone una super! Siamo riusciti ad organizzarlo. Vi aspettiamo”.