«Troppo caro e con pochi magazzini, il porto di Ravenna è morto»

RAVENNA. «Il porto di Ravenna è ormai morto da tanti punti di vista». È una sentenza drammatica quella che arriva per bocca di Maurizio Marendon, ingegnere marittimo che da 35 anni lavora nel porto e in qualche modo si sente “figlio d’arte” dato che il padre Mario fu per anni direttore Sapir.
Una serie di considerazioni, quelle poste ieri da Marendon – nel corso di una conferenza stampa sul porto indetta dal capogruppo di Lista per Ravenna Alvaro Ancisi e dal capogruppo di Ravenna in Comune Massimo Manzoli – che non vogliono in alcun modo demonizzare il progetto Hub portuale, «che se dovesse funzionare come dicono – assicura l’ingegnere – sarebbe una cosa stupenda per la nostra economia», ma sono tese piuttosto a dare una serie di suggerimenti, volti a ricordare come, in attesa del tanto acclamato maxi intervento, si possano comunque mettere in atto una serie di strategie per rilanciare già da ora tutto il comparto.

E il primo punto sul quale Marendon ieri ha voluto porre l’attenzione è quello dei costi. «Secondo le stime effettuate – ha spiegato – portare merci a Ravenna costa in media circa 100 dollari in più ogni due Teu (unità di misura standard di volume nel trasporto dei container)». Una cifra che rende il nostro di porto, stando a quanto sottolineano i consiglieri di opposizione Ancisi e Manzoli, il più caro d’Italia.

Le motivazioni

Perché si arrivi a queste cifre è presto detto. «Tutto questo – ha precisato l’ingegnere – deriva dal fatto che le compagnie di navigazione quattro anni fa si sono raggruppate in quattro grandi compagnie, scegliendo le linee di navigazione e declassando il mare Adriatico tagliandoci fuori dalle rotte delle grandi navi madre». Tradotto: le grandi compagnie sfruttano oggi una tratta principale, quella tirrenica, che li porta soprattutto verso il porto di Genova e da lì poi verso Francia, Spagna e Tunisia. In Adriatico arrivano solo i cosiddetti container “scartati”. In buona sostanza le navi madre sbarcano prima a Malta, Gioia Tauro e Pireo scaricando i container. Da qui poi il prodotto viene caricato in navi più piccole, che salpano alla volta di altri porti quali Ravenna, comportando però una serie di maggiori costi. Per non parlare di quelli doganali, «che mentre a Genova sono di 35 euro a Teu, a Ravenna sono di 55».

I magazzini

Da qui si passa al secondo grande tema secondo Marendon, ovvero la difficoltà oramai di stoccare merce al porto di Ravenna, «dato che – assicura l’ingegnere – siamo intoppati dalla grande presenza in particolare di argilla e caolini. Questo comporta problemi come quello dei “tondoni”. A Ravenna siamo specializzati da tempo nei tubi. Bene, questi per essere imbarcati devono essere stoccati fuori dal porto, perché non c’è più spazio». Il problema è che secondo Marendon nel grande progetto Hub c’è una grave mancanza. «Ho sentito parlare di approfondimento dei canali – ricorda – e va benissimo, ma non di nuovi magazzini. Si conta di raddoppiare i Teu all’anno, ma dove metteranno la merce?».

Le proposte

Da qui la decisione di Ancisi e Manzoli di presentare in consiglio cinque punti su cui lavorare da subito per il rilancio del porto: prima di tutto la manutenzione del porto canale; secondo liberare il porto da questi stoccaggi di argille e caolini; terzo lavorare per l’acquisizione della tratta ferroviaria Modena-Ravenna, quarto procedere all’elettrificazione delle banchine; quinto abbassare i costi. «Se andiamo avanti così – concludono i consiglieri – dagli attuali circa 220mila Teu movimentati, arriveremo entro i prossimi otto anni (tempo indicato per ultimare il progetto Hub) a quota 193mila stimati. Una grave perdita che non possiamo permetterci». Porti come Venezia e Trieste infatti si sono già mossi da tempo, in particolare quest’ultimo che ha avuto sovvenzioni dalla regione Friuli per abbassare le tariffe.

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