«Altre 4 inidoneità a Ravenna». Così cresceva la campagna No Cpr

Sembra una corsa a chi colleziona più inidoneità. “Altre due da Ravenna!”. Il messaggio inviato da una dottoressa del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna nel giugno del 2024 riceve il pollice alzato da Nicola Cocco, infettivologo della Societa Italiana Medicina delle Migrazioni. Passano tre mesi e sempre lei aggiorna il bilancio. “Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre 4 non idoneità”. Lui replica con l’emoticon del bicipite, a segno di incoraggiamento. Idem nel novembre successivo. Cocco risponde, “grande”, “gradissim*”, e aggiunge, “se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura”.

Sono questi i primi contatti tra alcuni degli 8 medici ravennati per i quali i pm Daniele Barberini e Angela Scorza hanno chiesto la sospensione per un anno e il referente della Simm (attualmente non indagato) noto a livello nazionale per le posizioni critiche nei confronti dei Cpr e delle procedure per la detenzione amministrativa riservata agli stranieri irregolari destinatari di decreto di espulsione. Le chat estrapolate dai loro cellulari documentano quasi due anni di contatti, in un crescendo durato almeno fino alla perquisizione in corsia effettuata dalla Squadra mobile l’8 febbraio scorso. Sono decine e decine di pagine di messaggi e intercettazioni ambientali che documentano ed esplicitano un crescente “sostegno alla campagna”, che maturando diventa un “totale supporto al No Cpr”.

La “campagna No Cpr”

E’ il 3 maggio del 2024 quando una delle infettivologhe del Santa Maria delle Croci che si definisce “anarchica e antagonista” condivide con i colleghi un articolo a firma di Cocco sui rischi per la salute delle persone all’interno dei Cpr. “Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee”. Parte il passaparola, “noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr”. Gli effetti iniziano a vedersi non solo nei numeri degli stranieri dichiarati come non idonei alla detenzione amministrativa con certificati che la Procura ritiene compilati senza una reale corrispondenza alle effettive condizioni di salute dei pazienti, ma anche nei messaggi scambiati tra camici bianchi. Un’altra dottoressa indagata scrive a luglio del 2024, “ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi”.

«Ormai ci siamo dentro»

Nel 2025 sul reparto, che conta 11 medici, sembra essere calata una manifesta adesione a un “pensiero politico”, che oscilla da tentativi di coinvolgimento dei colleghi di altri reparti o nosocomi e l’idea di difendere l’esclusiva sui certificati per evitare resistenze esterne. “Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura ma la scelta è puramente etica. Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente. La cosa importante essere uniti e non succede nulla”.

Il bilancio dei referti sotto inchiesta in realtà è più alto. In 16 mesi gli 8 indagati avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti arbitrari su 64 stranieri destinati all’espulsione. Oltre la metà, se si considera che per altri 10 è stato verbalizzato un presunto rifiuto a sottoporsi alla visita medica.

L’inizio della fine: «Mi tampinano»

I problemi però arrivano nel luglio dell’anno scorso, quando un modulo prestampato ottenuto dalla Simm indicante posizioni critiche sui centri per il rimpatrio viene utilizzato per certificare una inidoneità, menzionando una patologia di cui non c’è traccia negli esami. E’ in realtà una bozza che circola da tempo nelle chat, e che una delle indagate ottiene dopo aver chiesto se negli incontri online della “campagna no Cpr” è stata fornita “una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità”. Insomma, quel referto insospettisce gli agenti della Questura, che tornano in ospedale per chiedere chiarimenti.

Ho un’urgenza”, scrive una delle indagate a una collega, “è arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale...ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo”. Al personale sanitario si affaccia lo scenario di un’inchiesta che all’epoca stava solo muovendo i primi passi verso l’attuale contestazione di concorso in falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio.

Nella stessa giornata le chat si infuocano: “Va beh ci provano... e poi? - le fa forza un collega di un centro sanitario riminese - Chi certifica sei tu, si attaccano”. Viene contattato anche Cocco, che rassicura, “Gli facciamo il c. a sti sbirri maledetti”.

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