Delle tre banche truffate per la cifra di quasi 6 milioni di euro, due si sono costituite parte civile. A chiedere conto del maxi credito da 4.277.269 euro concesso alla Bambini Srl, azienda ravennate inserita dei trasporti marittimi e specializzata in servizi di appoggio offshore, è stata la Cassa di Risparmio di Ravenna (assistita dall’avvocato Tommaso Guerini); lo stesso ha fatto anche il Credito Cooperativo Ravennate (rappresentato dall’avvocato Giorgio Guerra), secondo l’accusa truffato per 1.400.000 euro. Ha invece scelto di non costituirsi la Cassa di Risparmio di Cesena, che stando a quanto ricostruito avrebbe concesso prestiti per 822.593 euro. Somme importanti, che vedono al banco degli imputati, chiamati a rispondere di truffa aggravata, il 65enne Rosolino Bambini, legale rappresentante fino al 2018, nonché presidente del cda e responsabile finanza e amministrazione dell’omonima ditta di Marina di Ravenna, e il dipendente 63enne addetto alla contabilità Francesco Lobascio.

Ieri, in apertura del processo davanti al giudice monocratico Andrea Chibelli, sono state prese due strade distinte. Bambini – difeso dagli avvocati Paola Bravi ed Emanuele Fregola – ha scelto di andare avanti con il dibattimento difendendosi nel merito dei fatti contestati. Il coimputato, invece – assistito dall’avvocato Giovanni Fresa – ha scelto di patteggiare un anno e 8 mesi con mille euro di multa (con pena sospesa e non menzione della pena). Per lui il processo si chiuderà davanti a un altro giudice, il prossimo 5 ottobre.
Per l’ex dirigente dell’azienda, invece, il processo con rito ordinario chiamerà a deporre i testi chiamati dal sostituto procuratore Stefano Stargiotti (titolare del fascicolo), vale a dire le banche truffate e dipendenti della Bambini, chiudendosi anche con l’esame dell’imputato.

L’inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza anche alla luce delle denunce sporte dagli stessi istituti di credito, avrebbe fatto emergere un raggiro con il quale la Bambini avrebbe ottenuto prestiti dalle tre banche mostrando come garanzia fatture false o gonfiate, spacciate come crediti non ancora incassati, o anche richieste di pagamenti in realtà già incassati, ma fatti figurare come ancora pendenti.
Il periodo finito sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti è concentrato tra giugno 2016 e la fine di aprile 2017. In quegli anni, infatti, Rosolino Bambini era ancora presidente del cda (lo è stato fino a maggio 2017) e rappresentante legale dell’azienda; Lobascio, invece, fino al maggio 2017 sarebbe stato impiegato con mansioni attinenti alla contabilità ordinaria e amministrazione, responsabile delle registrazioni contabili, dei rapporti con i fornitori, e del riscontro degli avvenuti pagamenti.

Già durante le indagini preliminari i legali del manager avevano chiesto l’archiviazione presentando una memoria difensiva, nella quale, in buona sostanza si addebitava al dipendente la responsabilità dell’emissione delle fatture false, nonché delle firme del legale rappresentante sulle distinte di presentazione degli anticipi delle fatture.
Una condotta che lo stesso addetto avrebbe “confessato” solo nel maggio 2017. Insomma, secondo i difensori non ci sarebbe stato alcun campanello d’allarme che avrebbe consentito al rappresentante legale della ditta di accorgersi dell’operazione truffaldina. Di questo si discuterà nel corso del processo già fissato per inizio 2021.

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