C’è praticamente tutto il settore della ricezione turistica nell’elenco dei 52 imprenditori indagati tra il 2018 e il 2019 a seguito della segnalazione della polizia locale per i ritardi o il mancato versamento della tassa di soggiorno. Tra loro c’è chi ha già saldato gli ammanchi e chi invece ha deciso di rateizzare il pagamento. In entrambi i casi, anche il solo ritardo rispetto alle scadenze trimestrali fissate per girare il tributo a Ravenna Entrate ha comportato una denuncia penale con l’ipotesi di peculato. Questo perché gli albergatori – incaricati di riscuotere per conto del Comune l’imposta istituita nel 2013 e richiesta a tutti gli ospiti per ogni giorno di permanenza – diventerebbero di fatto responsabili in prima persona del mancato introito nelle casse pubbliche. Un ammanco che dal 2013 al 2018 ha raggiunto gli 837mila euro.

Tutto ciò al netto del decreto rilancio pubblicato dal Governo Conte lo scorso luglio, che va a toccare proprio il caso in questione; stabilisce cioè che nel caso in cui l’imposta di soggiorno venga versata in ritardo, parzialmente o anche qualora non sia affatto saldata, il legale rappresentante non vada più incontro a una denuncia penale, ma riceva semplicemente una sanzione amministrativa.

I denunciati

Uno dei primi a essere convocato davanti al giudice per l’udienza preliminare Janos Barlotti in seguito alla richiesta di rinvio a giudizio presentata dal sostituto procuratore Angela Scorza, sarà Maurizio Bucci, patron dell’hotel Mosaico, uno fra i più noti imprenditori della città, anche alla luce dell’impegno politico che in anni passati lo vedevano consigliere nei banchi dell’opposizione. A Bucci viene contestato un ritardo nel versamento della tassa di soggiorno di circa 80mila euro, riferita agli anni tra il 2015 e il 2017.

Con lui nell’elenco dei “ritardatari”, figurano anche altre cariche istituzionali, alcune delle quali all’interno di Federalberghi. Compaiono infatti l’hotel Columbia (7.100 euro non versati), ma anche il Class Hotel (20mila euro), l’hotel Mediterraneo (37.318) e il Tropicana (22.700 euro). Se sommate nell’arco di un quinquennio, anche l’hotel Koko con i suoi circa 50mila euro rientra tra quelli con gli arretrati maggiori. Tra i denunciati, all’esito degli accertamenti, ci sono anche i titolari di quelle strutture che non solo non hanno mai trasferito l’incasso all’Ente comunale entro il quindicesimo giorno dalla fine del trimestre, ma addirittura non hanno mai dichiarato nulla.

Il Grand Hotel Mattei

C’è poi il caso del Grand Hotel Mattei, che nel 2016 ha dichiarato di avere riscosso 112.764 euro di imposta, versandone però solo 19.288. Per l’ammanco di 93.476 euro (la cifra più alta tra quelle non versate al Comune da una sola struttura), è stato denunciato l’amministratore giudiziale dell’hotel, subentrato al proprietario dopo l’inchiesta giudiziaria per bancarotta fraudolenta che aveva interessato la famiglia Musca.

Colpiti anche camping e b&b

Nei conteggi, gli ammanchi per ogni singola attività variano parecchio. D’altronde gli importi giornalieri chiesti a ogni ospite cambiano a seconda della classe della struttura. Si parte così da un’imposta da recuperare i appena 20 euro che riguarda il conteggio fatto nel 2016 nei confronti di un 2 stelle del Ravennate, o i 34,50 euro non versati da un agriturismo di Classe nel 2014. Per questo sono tutto sommato ridotte le cifre che riguardano anche campeggi noti, come il Camping Rivaverde (1.693 euro) e il Marina Camping Village (1.921 euro), oppure la Tenuta Augusta della Società cooperativa Agrisfera, che nei primi cinque anni ha saltato sia le dichiarazioni che i versamenti. Più in generale, ora, si attende di capire quale sarà la valutazione del gup alla luce del nuovo decreto. Dati alla mano, sulla riscossione delle imposte di soggiorno, le attività ricettive di Ravenna erano partite con una media tutto sommato non male. Nel 2013, primo anno della tassa, erano mancati all’appello 56.774 euro, schizzati poi l’anno successivo a 62.137 euro, fino al picco del 2015 di 86.2017. Il 2016 era stato in linea con quei numeri (84.665 euro non riversati nelle casse del comune) per poi calare nel 2017 a quota 63.279. La somma degli importi mancanti tra il 2018 e il 2019 ha invece raggiunto circa 421mila euro.

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