Ravenna, stalking sulla vicina a colpi di film horror

Le hanno reso la vita un incubo. In senso letterale. Perché la strategia scelta per combattere la “battaglia” condominiale fatta di liti quotidiane e querele reciproche è stata quella dell’orrore. Immagini tratte da film horror recapitate nella buchetta delle lettere, candele accese e inquietanti messaggi minatori. Sono solo alcuni degli episodi di cui ora dovranno rispondere due donne di 44 e 38 anni, finite a processo a vario titolo per stalking e violenza privata. L’udienza preliminare davanti al gup Corrado Schiaretti è stata rinviata nell’eventualità che le imputate, assistite dagli avvocati Giorgia Toschi, Samuele De Luca e Guido Salzano, raggiungano un accordo con la parte offesa, una 46enne rappresentata dall’avvocato Giorgia Gasdia.

I fatti contestati risalgono a un periodo piuttosto ristretto compreso tra giugno e agosto del 2021, e sono solo la punta dell’iceberg. Svariate le denunce sporte da ambo le parti, bollate a più riprese nelle aule di giustizia come questioni bagatellari dovute a comuni tensioni condominiali. Archiviate le precedenti accuse reciproche, l’unica invece finora ritenuta più grave è stata proprio la strategia del terrore.

Era accaduto la prima volta il 30 luglio dell’anno scorso, quando la vittima aveva trovato nella buchetta delle lettere due immagini inquietanti, una raffigurante il maniaco omicida protagonista del film “Non aprite quella porta” con tanto di motosega in mano, e un altro frame di una pellicola dello stesso genere. Lo stesso giorno, la donna aveva trovato una candela accesa davanti all’ingresso della propria cantina, e il messaggio piuttosto esplicito, “Ti ho già messo la candela”. Due giorni prima era stato preso di mira lo zerbino, cosparso di sale, mentre il giorno seguente era toccato al rubinetto dello spazio condominiale comune, “arredato” con l’immagine di una figura piangente: le lacrime di sangue. Passate altre 48 ore, nella buchetta della posta erano rispuntate altre due lettere con le foto di altrettante auto di proprietà di alcuni amici della vicina di casa. Il messaggio: “Volevi giocare, giochiamo, vuoi la guerra, facciamo la guerra…”.

Infine c’era stato un contatto fisico ritenuto grave dall’accusa. Una delle due rivali avrebbe tentato di strappare con violenza il cellulare dalle mani della 46enne, costringendola a interrompere la telefonata al 112. Per convincerla ad annullare la richiesta di intervento era ricorsa nuovamente alla paura, assicurandole che un intervento di quel tipo avrebbe avuto un’unica conseguenza: “morte”.

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