Da fedele adepto della Chiesa di Scientology, ne era diventato un critico oppositore, trasformandosi in un incubo per altri due seguaci. E dire che per fare carriera nell’organizzazione nata negli Stati Uniti (e che a Ravenna ha un’ormai storica sede) aveva lasciato il lavoro e si era trasferito a Padova, per poi tornare nel capoluogo Bizantino. Alla fine, con la rottura definitiva, un 60enne è finito a processo per tentata estorsione, diffamazione, molestie, ingiuria e minaccia. Assistito dall’avvocato Brunella Baruzzi, l’uomo è comparso davanti al giudice per l’udienza preliminare Andrea Galanti, che lo ha assolto alla luce della perizia affidata allo psichiatra Andrea Zaffini, dalla quale è emerso che l’ex discepolo era incapace di intendere e volere all’epoca dei fatti.

Le accuse nei suoi confronti riportavano messaggi, telefonate e lettere recapitate a casa o nella buchetta della chiesa. Decine le segnalazioni finite nella denuncia che le due vittime, assistite dall’avvocato Giovanni Scudellari, avevano presentato fin dal 2011. All’epoca, una precedente causa intentata contro il 60enne si era conclusa davanti al giudice di pace con un risarcimento di 500 euro. Pensavano di avere chiuso per sempre la faccenda, invece tre anni più tardi quel contenzioso – forse mai digerito dall’uomo – ha innescato una serie di nuove rivendicazioni per riavere la somma pagata. L’ex fedele chiedeva indietro la cifra ormai saldata, pretendendo in aggiunta altri 10mila euro (poi ridotti a 5mila) a titolo di risarcimento.

Se le sue richieste non fossero state assecondate – così asseriva – li avrebbe denunciati, sarebbe andato dalla guardia di finanza raccontando presunte prassi illegali interne all’organizzazione e si sarebbe rivolto ai giornalisti. Le insistenze si sono fatte poi più aggressive, arrivando a minacce esplicite.

Il timore di incontrare l’ex fedele aveva condizionato secondo le vittime anche la routine della comunità ravennate di Scientology: ai più giovani seguaci era stato raccomandato di evitare anche i locali pubblici sotto la sede se non accompagnati da un adulto. I diretti destinatari dei messaggi minatori avevano inoltre iniziato a farsi “scortare”. È infine del maggio 2015 un’ulteriore querela, dopo avere trovato l’auto parcheggiata sotto casa con i finestrini imbrattati di escrementi.

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